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“Il ragazzo”: le proprie azioni sono più rivelatorie di tutte le parole del mondo

“Il ragazzo”: le proprie azioni sono più rivelatorie di tutte le parole del mondo
Written by Simone Baldi

Credits: © Fazi Editore

Cosa condividono le parole che quotidianamente usiamo e il nome che portiamo? In assenza della possibilità di esprimersi e di un modo con cui chiamarci, cosa potremmo mai essere, per gli altri? Lo imparerà “Il ragazzo” (Marcus Malte, Fazi Editore, 2019, 519 pp, 20€), capace di vivere la propria vita nell’anonimato del proprio mutismo, senza per questo relegarsi nella disperazione della solitudine.

Un giorno imprecisato del 1908, da fitto di una boscaglia di una località sperduta nel cuore della Francia, una strana figura fuoriesce dalle sue profondità. Ha sembianze umane, ma gli arti raddoppiati. A ben guardare, si scorgono i tratti di due persone, una trasportata dall’altra. Sono una donna e un ragazzo, una madre e un figlio, anche se le apparenze rivelerebbero il contrario. Dopo alcuni giorni di sofferenza, la parte femminile della coppia si spegne, lasciando il suo complementare a struggersi nell’indecisione del suo futuro. Privo di uno scopo, una meta e, ben più semplicemente, della possibilità di esprimersi, derivante dalla sua incapacità di parlare e pronunciare alcunché non sia un verso o un lamento, causato dalla sua totale esclusione del consesso umano, di cui, a parte la sua genitrice, ignora l’esistenza, il ragazzo si incammina verso il suo ignoto futuro. Il suo sguardo è attento, ammantato delle caratteristiche animali forgiate dalla solitudine e acuite dal l’istinto di sopravvivenza. Non ha nessuno, non ha la parola, non ha un nome. Seguono giorni di peregrinazione, momenti lenti e interminabili, ricerche senza senso, finché, quasi per caso, non si imbatte in un piccolo villaggio. Sbalordito dalla presenza di altri esseri come lui, si ferma a studiarli, ad osservarli e, una volta scoperto lui da loro a sua volta, a cercare di integrarsi, col suo fare muto, dando una mano nei campi e nelle mansioni più elementari. Lì apprende le basi del vivere civile, i rudimenti sella cooperazione e la coabitazione. Ma sono tempi bui, di superstizione e pregiudizi e, se fin dall’inizio viene visto come l’incarnazione del maligno, dopo un improvviso e luttuoso terremoto, in cui viene additato come il responsabile silenzioso, lo iettatore implacabile, fugge senza voltarsi indietro. Sempre in un’altra foresta, un altro incontro inaspettato: un uomo dalle forme abnormi, dalla testa gigantesca e le membra titaniche: Brabek, l’Orco dei Carpazi. Questo è il suo soprannome, poi che si tratta, in realtà, di un lottatore girovago, un solitario saltimbanco, un loquace favellatore, la personificazione che l’apparenza inganna, perché dentro quel grottesco contenitore si cela un’anima pura e immacolata. Insieme al cavallo che tira la roulotte in cui vive, formano uno strano duo, trasformato in trio dall’arrivo del ragazzo. Saranno due anni di iniziazione, scoperte e crescita, di raccomandazioni e miglioramenti. Insieme percorreranno la Francia e, con essa, i limiti delle loro possibilità. Nella loro unione bipolare, in quel passo asincrono di parole e silenzi, di apparenza ed essenza, si cementa il loro legame. La perdita di Brabek è per il ragazzo un secondo lutto, un dolore al limite del sopportabile, ben oltre il ragionevole. Eppure, preso il cavallo e la roulotte, si rimette in marcia. È proprio durante uno dei suoi spostamenti, avviene l’evento che cambierà la sua vita per sempre: un incidente. Una macchina, siamo nel 1910 adesso, squassa la sua vettura e gli procura un trauma cranico. Assistito dai suoi investitori, Gustave Van Ecke, coltivatore di mele, e sua figlia Emma, maestra di pianoforte, viene accudito come un figlio, rimanendo poi con loro, mosso da un legame di cui neppure lui riesce a darsi spiegazione: un secondo figlio adottivo, un fratello naturale acquisito, un compagno di passioni e grande ascoltatore. Partono per Parigi e, da lì, la prospettiva muta, trasformando i due giovani da fratelli in amanti, focosi, passionali, segreti e insaziabili consumatori di erotici desideri. È la seconda iniziazione al mondo, l’ingresso è la scoperta di un’educazione affettiva che dischiuderà le porte all’erotismo più sfrenato, come le due facce inscindibili della stessa medaglia. Proprio all’acme della loro intima e taciuta, a Gustave, unione, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale porta lontano il ragazzo, per la disperazione di Emma, che gli scriverà quotidiane lettere gonfie di amore e speranza, sul fronte di quello scontro inumano che segnerà la sua terza maturazione. Sono tempi bui, senza spazio per la poesia e la pietà, inutili orpelli nelle mani insanguinate di chi lotta per la libertà, in cui il cinismo e il pragmatismo la fanno da padroni, ammantandosi di giustificazioni per un agire disumano e animalesco, privo della logica di autoconservazione della specie umana. Da lì il ragazzo, se tornerà, riapparirà come fantasma di se stesso, svuotato dalle proprie qualità, fantoccio abitato da spettri di azioni commesse e vendette a cui si è sottratto. Per lui è per chi gli vuole bene, sarà l’ultima è decisiva prova da superare, ben più ardua del suo mutismo, che mai è stato ostacolo o latore d’incomunicabilità, prova sì che le parole non sono decisive, ma anche dell’eloquenza delle nostre azioni.

Ben altro ci sarebbe da dire su “Il ragazzo”, opera ingegnosa e multiforme, capace di spaziare attraverso una vasta gamma di registri linguistici. Alla poetica matericità dei primi capitoli, in cui le parole pesano come macigni, creando allegorie e metafore potenti, segue lo sguardo incantato degli anni con Brabek. Sarà lui a rappresentare il suo vero mentore, colui che gli regalerà uno sguardo sul mondo, svelandogli i suoi ingranaggi e decifrandone i meccanismi. Emma costituirà la famiglia che il ragazzo non ha mai avuto, prima con la gentile accortezza dell’educazione, poi con la furiosa smania particolareggiata dell’amante. Un romanzo sulla formazione, sui percorsi, soprattutto interiori, che ci guidano alla scoperta di noi stessi, degli altri e, attraverso gli altri, del mondo. Perché la società che ci circonda è la rappresentazione della volontà, dei desideri e delle scelte che altri ci hanno messo in condizione di accettare, di rifiutare o, semplicemente, di abbandonare. Un romanzo sull’emotività, la multiforme capacità di comunicazione e le vie insondabili dei rapporti umani. Un romanzo sul linguaggio, sulla potenza creatrice e destabilizzatrice della parola, del Logos che spiazza e, contemporaneamente, ricostruisce una nuova realtà. Un romanzo totalizzante, rapace, emozionante, a tratti capace di far stringere il cuore e sentire impotenti, di fronte ad una così magnificente bellezza della prosa. Un romanzo fuori dal tempo, che si appoggia ad un momento storico e lo scarnifica, ne sottrae le qualità primarie per ricostituire un altro tempo, umano e soggettivo, in cui non prevalgano tanto gli accadimenti mondiali ma le piccole, costanti rivoluzioni individuali. Un romanzo esigente, in cui riversare ogni stilla della propria attenzione, che ripagherà però con una soddisfazione moltiplicata infinite volte, insaziabile e costantemente alimentata, placata e rinvigorita a sua volta.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.