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“Il viaggiatore del secolo”: le insondabili ragioni della fascinazione che comanda le nostre azioni

“Il viaggiatore del secolo”: le insondabili ragioni della fascinazione che comanda le nostre azioni
Written by Simone Baldi

Credits: © ET Scrittori

Cosa ci spinge a spostarci e cosa, invece, ci mantiene legati ad un luogo, una persona, una situazione? Sono le casualità, l’intelletto o, più semplicemente, i sentimenti a dettare i tempi alle nostre decisioni? Tracciare una mappa dei nostri percorsi interiori sembra un’impresa impossibile, eppure “Il viaggiatore del secolo” (Andrés Neuman, Einaudi, 2019, 517 pp, 15€) si arrischia in tale sfida, con lo slancio poetico dei tempi che furono.

C’è una città che forse non è mai esistita, un luogo mitico al confine di tentazione e abbandono, un coacervo di ragione e superstizione. Ha un nome, ma potrebbe essere anche essere un altro, poco importa: Wanderburgo. Qui, in un giorno freddo e inclemente del XIX Secolo, giunge Hans, giovane traduttore giramondo, viaggiatore per curiosità e nomade per istinto. Il suo proposito è quello di fermarsi una notte soltanto, giusto il bisogno di un giaciglio caldo, e poi ripartire, verso altre nuove e sconosciute mete. Girovagando per la cittadina, scopre un dedalo di viuzze e una geometria curiosa, in cui la logica sembra abbia abdicato in favore del bisogno e dell’estro; così anche i suoi abitanti, dallo scontroso oste in cui sta a pensione, fino al curioso suonatore d’organetto col suo fidato cane. Nel giro di una notte e del mattino seguente, Hans fa una curiosa scoperta: la topografia del paesino è mutata, i punti di riferimento che pensava di aver tracciato si sono spostati, scambiando la loro posizione, dove anche i battenti e le porte hanno perso le fattezze del giorno prima. Incuriosito da quella bizzarria, perde la carrozza che lo attende. Poco male, si tratterrà solo poche altre ore, fino all’indomani. Da quel momento, come un metronomo che rallentando dilata il tempo e lo spazio, la fascinazione della città avrà la meglio sul giovane, che comincerà a conoscerne i suoi abitanti e habitué. Tra di loro, oltre al suonatore d’organetto, che si rivelerà un vecchio lungimirante, dalla inaspettata profondità intellettuale celata sotto un’apparenza dismessa e una vita frugale, Hans conoscerà Alvaro, un sudamericano inspiegabilmente trasferitosi in quel limbo, il Signor Gottlieb, uno dei più facoltosi possidenti locali, ormai però in declino, e sua figlia Sophie, che tiene un circolo letterario in cui lei e altri discutono dei temi più disparati, dalla politica alla letteratura, senza perdere d’occhio l’attualità, in particolare la macabra serie di omicidi che sembra flagellare la loro cittadina. Nel suo ruolo di padrona di casa, la ragazza non si mantiene esterna alle singole posizioni dei suoi ospiti, ma le fa invisibilmente collidere, generando battibecchi e compiacendosi dell’arguzia dei suoi invitati. Quando Hans si unisce a loro, il suo cuore è già colmo d’amore per Sophie, ma essendo lei già promessa a Rudi Wilderhaus, rampollo di una delle più influenti famiglie wandernburghesi, le sue possibilità sembrano tramutarsi in sterili velleità. Eppure, al cuore non si comanda, e la chiave d’accesso a quello di una donna sembra andare al di là di casate, doti e titoli nobiliari. Sedotta dall’intelligenza e dall’intraprendenza del giovane traduttore, la ragazza abbandonerà la sua aura di distaccato contegno, per aprirsi e far scoprire il suo lato più nascosto e intimo. Ma quanto potrà durare, con l’approssimarsi delle nozze, quest’ambivalenza dei sentimenti?

Con una narrazione che sembra provenire da un altro tempo, “Il viaggiatore del secolo” è un omaggio alla grande letteratura dell’Ottocento che si fonde con l’inventiva e i punti di vista del XX Secolo. Si odono forti i rintocchi delle speculazioni borgesiane sulla geografia mutevole della città in quanto labirinto, come specchio delle proprie turbative interiori, così come la fascinazione di Hans, che lo rende incapace di andarsene da questa sua tappa di passaggio, sembra ricordare quella del tenente Drogo de “Il deserto dei tartari” di Buzzati, in cui il domani è una categoria esistenziale del rimando, più che della concretezza, fino alle atmosfere a tratti kafkiane sull’insopportabilità di una situazione sempre più sfuggente e coercitiva. Non stupisce che “wandern” in tedesco abbia, tra i suoi significati, anche quello di “migrare” e di “girovagare”: se il primo si riferisce alla capacità della piccola cittadina di traslare le sue geometrie, il secondo è la spinta che induce nei suoi visitatori, come un moto perpetuo, senza fine né soluzione di continuità. Ciò che non rende questo romanzo una banale riproposizione dei canoni passati e superati, bensì vi introduce nuova linfa, è lo sguardo su una situazione storica ben delineata, come quella ottocentesca, di un nostro contemporaneo, di cui ci accorgiamo anche nelle lunghe (e dettagliate) discussioni filosofico-politico-esistenziali tra Hans e gli altri partecipanti al circolo, in cui vengono toccati temi, come ad esempio quello dell’emancipazione femminile o della costituzione di una federazioni di stati europei, con un’apertura mentale degna di un dialogo del XXI secolo. Il linguaggio denso e dall’ampio respiro crea un’atmosfera di sospensione temporale, in cui il lettore si ritrova come a galleggiare, ancorato e riportato a quel momento storico da appigli disseminati nella narrazione, come piccole zavorre attaccate ai sogni.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.