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“Exit west”: siamo tutti migranti attraverso il tempo

“Exit west”: siamo tutti migranti attraverso il tempo
Written by Simone Baldi

Credits: © Einaudi

Vi siete mai messi nei panni di altre persone, interrogandovi sulle loro idee, chiedendovi le motivazioni dei loro gesti o ipotizzando le loro reazioni? Finché si tratta di chi ci è simile o affine, la questione sembra facile, ma quando si tenta di rapportarci con il diverso o chi sentiamo lontano da noi, per cultura, religione o etnia, la questione di complica. Sarebbe solo un problema di empatia e basterebbe poco per superarlo, come mostra egregiamente “Exit west” (Mohsin Hamid, Einaudi, 2018, 150 pp, 10€).

Esiste una città che forse non esiste. Un luogo lontano, un est sperduto tra contorni mitici e indefiniti, benché reali e simili a scenari mediorientali di cui abbiamo sentito parlare. È una zona di guerra, dove ancora la guerra non è arrivata, ma da cui si sentono gli echi di un conflitto che inevitabilmente arriverà, annunciata dai rifugiati, ogni giorno di più. Eppure, in questo clima di tensione crescente, le persone cercano di fare una vita normale. Tra loro Saeed, un giovane studente, che un giorno, per caso, nota una bella ragazza durante una lezione di un corso serale, Nadia e, come tante volte succede, ne rimane affascinato, per non dire folgorato. Segue un corteggiamento classico sebbene paradossale, in un posto come quello; con l’atmosfera che si respira, pensare alle questioni di cuore dovrebbe essere l’ultimo dei pensieri. Ma la vita va avanti e i sentimenti hanno la meglio sui timori e le paure. I due ragazzi si avvicinano, si innamorano e, proprio quando sembra giunto per loro il momento più felice, ecco sopraggiungere il conflitto. La normalità è sconvolta, i ritmi e le abitudini capovolti, ricostruirsi un ordine di priorità sembra l’unico obiettivo ragionevole. In questo orizzonte di guerra e sconforto, Nadia e Saeed cercano disperatamente un modo per fuggire, finchè non vengono a conoscenza di alcune porte, sorvegliate da trafficanti di uomini senza scrupoli, capaci di trasportare chiunque in un’altra parte del mondo. Senza sapere quale potrà essere la loro destinazione, decidono di rischiare. Inizierà così il loro abbandono della terra natale, il loro viaggio verso l’ignoto. Si ritrovano quindi a Mykonos, su un rifugio di fortuna sugli scogli, inospitale e refrattario. Vivere così non è fattibile, eppure, grazie anche alla spensieratezza della loro unione, si impegnano e ingegnano per fare in modo di avere di che sostentarsi, senza preoccuparsi troppo dell’avvenire, essendo riusciti ad allontanarsi dal loro paese. Nel giro di poco, sentono di un’altra possibilità, una nuova porta, che chissà dove li porterà… Decidono, vista la loro situazione, di provarci. Ed eccoli cambiare nuovamente scenario: Londra. In un campo di accoglienza, stavolta non più da soli, ma in una casa normale ma satura di altri migranti come loro. Sono giorni, mesi di accomodamenti, di compromessi e scoperte. Hanno dei lavori, piccoli lavoretti in realtà, ma che li impegnano, facendoli sentire parte di una comunità, e danno loro uno scopo. Il peso del tempo, oltre che delle fatiche, si fa lentamente spazio nelle loro coscienze, scavandosi delle piccole nicchie di individualismo, dei gesti privati, dei pensieri non condivisibili, che spingono Nadia e Saeed sempre più lontani, ciascuno chiuso nella propria intimità, incapaci di tenere vivo quel rapporto che li ha portati ad affrontare enormi difficoltà. Come corollario alla loro condizione, descritta non solo dai loro gesti ma anche da chi condivide la loro stessa situazione, ci sono dei brevissimi flash di persone sparse in tutto il mondo che osservano, sempre esternamente, il fluire dei migranti nelle loro vite. Sono spettatori, ma non solo. Ciascuno di loro, a modo suo, sente di avere in comune con quegli sconosciuti qualcosa, senza sapere bene cosa, combattendo con la naturale e inconscia repulsione per il diverso.

Una favola nera, un racconto lungo in cui l’attesa e il fantastico si tingono di scuro, di un malessere figlio della necessità aberrante di fuggire. Impossibile rimanere impassibili e distaccati di fronte al destino di due ragazzi che avrebbero solo diritto alla felicità e che, invece, si ritrovano a dover crescere in ambienti ostili e inospitali. Fare i conti con la realtà vuol dire crescere anzitempo, misurarsi con questioni gigantesche, come quelle dell’ignoto, di un viaggio che li porterà, se li porterà, dopo aver rischiato tutto, persino la vita, chissà dove. Chi crede che fuggire sia una soluzione semplice si sbaglia, andarsene, abbandonare gli affetti e i ricordi, non è mai semplice, né tanto meno liberatorio. Lo sa bene chi scappa, chi fugge, chi si allontana dal proprio passato, in cerca di una speranza, nient’altro. Profonda e illuminante, la prosa di Hamid fonde la semplicità delle immagini con la complessità dei pensieri e delle emozioni dei migranti, prima fra tutte il senso di repulsione delle persone che di vedono invase da chi arriva, suo malgrado, a chiedere aiuto. Far luce su questo mondo interiore vuol dire metterci a nudo di fronte ai nostri pregiudizi, denudando i nostri nervi scoperti, per vedere se la retorica propaganda populista ci abbia anestetizzato o se manteniamo, intatto, un barlume di umanità. Ciò che ci accomuna è proprio il nostro essere migranti in quanto tali, e se qualcuno lo fa attraverso lo spazio, tutti lo siamo attraverso il tempo, spostandoci da un momento all’altro, successivo, della nostra esistenza. Non dimenticarlo mai è un impegno e il lascito verso le nuove generazioni.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.