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De visu con: Michele Carrea coach della OriOra Pistoia

De visu con: Michele Carrea coach della OriOra Pistoia
Written by Piero Pardini

Credits: Michele Carrea © Ph. Sara Bonelli – Pistoia Basket 2000

L’A.S. Pistoia Basket 2000, OriOra Pistoia, ha voluto, dalla stagione 2019/2020, cambiare quasi radicalmente la propria struttura tecnica puntando, decisamente, su volti nuovi con l’inserimento nell’organico di “fresche” professionalità e un roster costruito intorno al “vecchio” capitano Gianluca Della Rosa.
Il Consiglio d’Amministrazione, su indicazione del Direttore Sportivo Marco Sambugaro, ha affidato al milanese Michele Carrea, classe 1982, l’incarico di plasmare questo nuovo gruppo con l’obiettivo la permanenza dei colori biancorossi nella massima serie.
Se da un punto di vista tecnico si conosce quasi tutto del percorso professionale di Michele Carrea, cerchiamo di scoprire qualcosa di cui il grande pubblico non è ancora a conoscenza.

Carrea si presenta all’incontro in ritardo, ma da persona educata e cordiale, mi fa comunicare il ritardo dal suo vice Fabio Bongi.
L’arrivo e la mise sono da uomo di sport: risoluto, maglietta e pantaloncini. Pronto per iniziare il lavoro con il suo gruppo, ci accomodiamo in campo, al tavolo degli addetti alle statistiche, sotto la curva Piperno, cuore del tifo biancorosso.
Subito mi torna alla mente un’osservazione fattami da un gruppo di tifose dopo alcuni giorni dalla sua ufficializzazione, “Michele assomiglia all’attore Alessandro Siani” glielo dico quasi per creare una sorta di empatia, per un’intervista face to face è fondamentale, lui si lascia andare subito un sorriso e commenta “No, non mi dire, pensa che a Biella mi dicevano che avevo una somiglianza con Fabio De Luigi”, rotto il ghiaccio iniziamo la nostra conversazione.

I più, e non solo gli addetti ai lavori, conoscono Michele Carrea allenatore, ma Michele Carrea uomo com’è?
“Non posso esimermi da rispondere alla domanda non tenendo conto del luogo in cui ci troviamo. Sono un grande amante del basket e il basket è diventato una parte consistente della mia vita e, come inevitabile conseguenza, questo sport è diventato, suo malgrado, una parte consistente della vita della mia famiglia”.

Andando più nel profondo?
“Mi piace vedermi come una persona alla ricerca. La mia ricerca è continua: nella professione come nella vita. Nel mio percorso professionale ho ricercato sempre nuovi stimoli, ho cercato di migliorarmi e questo si è proiettato anche nella vita, nel quotidiano. Ricercare vuol dire anche confrontarsi sé stessi e con chi ti vive intorno, tenendo ben presente che il rettangolo di gioco è solo una parte della tua vita e che bisogna non perdere mai di vista i vari aspetti che la vita ci prospetta”.

Il 14 luglio è cambiata, positivamente, la tua vita: com’è cambiato il tuo approccio alla vita con la nascita di Filippo.
“La natura ti regala 9 mesi per mettere a posto un po’ di cose nella propria vita, anteprima di un evento che ti apre ad un universo di sensazioni. All’inizio, avevo tanti dubbi e forse anche un po’ di paura, ma devo dire che la mia esperienza da padre, in considerazione anche del poco tempo dalla sua nascita, sia sostanzialmente positiva, tutto è venuto con naturalezza. Non sono mai stato un individuo cresciuto alla ricerca ossessiva della famiglia, talvolta gli eventi ti prendono senza che tu te ne accorga, di sicuro Filippo è una grande fonte di energia è meraviglioso svegliarsi la mattina con la consapevolezza di avere accanto un miracolo della natura. Il rapporto di vita con la mia compagna si è completato e arricchito. Filippo con la sua nascita ha, piacevolmente, movimentato i nostri progetti”.

Quanto le scelte familiari hanno condizionato la tua attività professionale.
“La mia attività professionale è stata caratterizzata da due lunghi cicli, 4 anni a Biella e 5 a Casalpusterlengo, e questo ha sicuramente favorito anche l’aspetto familiare, devo però sottolineare che questa professione non è fatta di “cicli eterni” e questa è una condizione che nessuno all’interno di un rapporto familiare deve sottovalutare o ignorare. Con la mia compagna, Maria, condividiamo il nostro percorso di vita dal terzo anno a Biella, nessuno ha mai anteposto la professione alla famiglia e viceversa, ma siamo stati consapevoli entrambi che questa tipologia di vita avrebbe, inevitabilmente, influenzato la nostra vita. Consapevoli e felici delle nostre scelte”.

Parliamo di sport, quando nasce la tua passione per il basket.
“Ho iniziato a giocare sin da piccolo, visto che l’alternativa era tra basket e pallavolo, in considerazione della mia altezza, e visto che il basket era quasi sotto casa la decisione è stata immediata”.

Bene, ma quando hai capito che il basket sarebbe diventato parte della tua vita e quindi la tua professione.
“La svolta è iniziata in seconda media, quando sono stato chiamato a giocare nell’Olimpia Milano. Devo però esser grato ai miei genitori, che mi hanno fatto riflettere sulla scelta che avrei fatto. Certo giocare nell’Olimpia Milano era un gran salto di qualità, ma la mia scelta doveva essere ponderata dalle miei motivazioni e non dal nome della squadra alla quale tutti i ragazzi aspiravano. Mi fecero riflettere sulle rinunce alle quali, con una scelta così impegnativa, sarei andato incontro. Indubbiamente, questa decisione così importante, anche vista la mia giovanissima età, fu il primo indizio per una carriera orientata verso lo sport. Giocando poi in serie C, nonostante una buona remunerazione economica (erano tempi diversi dagli attuali n.d.r.), ho iniziato a capire che non mi bastava più giocare, anche se mi piaceva molto, ma sentivo il desiderio di svolgere un ruolo di coordinatore, ho quindi iniziato a studiare e a formarmi con corsi e dopo una coesistenza di circa 4 anni tra studi stage e partite giocate ho capito che il ruolo di allenatore era la posizione più affine alle mie aspirazioni. Gestire l’attività più che svolgerla. Ecco la strada maestra”.

Un giocatore che in qualche modo è stato fonte di aspirazione o emulazione e anche un allenatore
“Nella mia esperienza di giocatore, erano gli anni della Stefanel, il mio giocatore di riferimento è stato Dejan Bodiroga. Erano gli anni in cui un giocatore di 2,01m giocava playmaker, poi con il tempo si è capito che quel ruolo con certe caratteristiche fisiche non era così facile trovarlo, giusto Bodiroga. Anch’io, molto tecnico e poco fisico, sono stato indirizzato in quel ruolo, i risultati però raccontano la mia storia. Per un modello di allenatore è facile menzionare nomi come Messina od Obradocvic, per i risultati conseguiti, ma non sono stati i miei veri modelli: non ho avuto l’opportunità di viverli. I miei allenatori di riferimento non sono dai nomi altisonanti, ma sono quelli che mi hanno permesso di vivere il mio percorso di crescita professionale. Le mie squadre fanno della forza e l’intensità la linfa vitale del proprio gioco. I miei modelli passano da Andrea Zanchi a Marco Crespi, gli inizi di carriera di Andrea Trinchieri, Umberto Vezzosi delle giovanili di Siena, così come ho avuto contaminazioni con i miei assistenti di Casalpusterlengo e e Biella. Non tutto da uno, ma un po’ da tutti, perché tutti possono insegnarti qualcosa di importante”.

Rimpianti nel tuo percorso professionale? Con i se e con i ma non si fa da nessuna parte, però fanno inevitabilmente parte della nostra vita. Michele Carrea a chi deve dire veramente grazie
“Da un punto di vista professionale devo dire grazie, per il rapporto di stima reciproca che ci lega, a Marco Sambugaro. Lui fu il “temerario” che decise di farmi capo allenatore a Biella, una scelta importante e non priva di incognite. Anche quella di coinvolgermi in questo nuovo progetto con Pistoia è, sicuramente, un grande atto di fiducia nelle mie capacità e sulla mia persona. C’è stata poi una persona che è stata il mio mentore, quella che mi ha permesso di non mollare e ha sempre creduto in me al punto di dirmi, quando ero a Siena, tu diventerai un allenatore professionista, adesso purtroppo non c’è più ed era mio padre”.

Professionalmente parlando un tuo pregio e un tuo difetto
“Il mio pregio è la capacità di mettermi in discussione sia con i miei collaboratori sia con il gruppo che alleno. Non ho verità assolute, ho delle idee frutto della mia esperienza e del lavoro che quotidianamente svolgo con i giocatori, accetto la critica quando è motivata e non fine a se stessa. Un difetto è, talvolta, l’incapacità di lasciarmi scivolare addosso le incomprensioni”.

Parliamo del progetto del Pistoia Basket, cosa ti ha spinto ad accettarlo?
“Nel percorso di un allenatore arrivare ad allenare una squadra in A1 è una sorta di punto di arrivo. Allenare nella massima serie è veder concretizzato il proprio, lungo, lavoro. Mi piace misurami con le sfide e questo ha influito molto, poi la vita è fatta di occasioni il classico “treno che passa” questo era il mio e ho deciso di salirci sopra. Una volta salito sul treno ho pensato a cosa stavo lasciando a Biella, è stato un po’ come guardare dal treno la stazione che stiamo lasciando, c’è un po’ di tristezza, ma poi pensi al viaggio che stai intraprendendo e pensi a tutto ciò che incontrerai”.

Due parole sul tuo roster. Come sarà il gruppo di Michele Carrea
“Il gruppo è stato fatto sulla base di due parole fondamentali: disponibilità ed energia. Non ci saranno mezze misure, tutti dovranno essere disponibili a svolgere tutte le situazioni, anche le meno gradite. Disponibilità a mettersi in gioco per provare e riprovare senza perdersi d’animo. Energia perché noi siamo una piazza che non ha comandato il mercato, abbiamo scelto un gruppo di giocatori che, ciascuno a modo proprio, avessero delle motivazioni in più rispetto ad altri sul mercato: uomini che volevano far proprio una seconda occasione.  Le motivazioni sono tutto nello sport: alla tecnica devi abbinare la giusta condizione mentale, paradossalmente alla lunga l’approccio mentale diventa fondamentale in un percorso a ostacol”i.

La tua gestione del gruppo in campo, puoi descriverla?
L’allenatore non è un tifoso. Un allenatore in campo non può avere una reazione come quella di un tifoso sugli spalti. A volte, dagli spalti, ci aspettiamo che all’occorrenza l’allenatore urli, oppure prenda per un braccio un giocatore, oppure che resti impassibile di fronte a certe situazioni di gioco, bisogna scindere i ruoli. Solo l’allenatore sa come gestire i gruppo perché lo vive quotidianamente. Nessuno gioca per perdere o per demotivare il proprio roster, ogni allenatore ha un proprio modo di operare e i confronti, con chi ti ha preceduto, sono sempre deleteri. La performance non dipende dal punto in più o il punto in meno, l’obiettivo è fare un punto in più e questo lo si fa attraverso il lavoro e niente deve essere lasciato al caso. Dovremo essere capaci di adattarci e prepararci bene affinché il giorno della partita diventi tutto naturale come in allenamento. Pistoia cercherà sempre di essere performante e competitiva contro ogni avversario senza rinunciare a niente”.

Allora in bocca al lupo coach. Mercoledì lo spettacolo andrà in scena e che sia un anno di soddisfazioni.

About the author

Piero Pardini

Giornalista pubblicista da maggio 2002.
Coautore del saggio "Gianni Clerici - Lo scrittore, il poeta il giornalista" edito da Le Lettere (2010) Firenze.
Dal 2015, è sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier).
Scrive di tecnologie, sport ed enogastronomia.
Dal 2016, è direttore responsabile di "The Wolf Post", di cui è l'ideatore.