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“Hotel del Gran Cervo”: le indagini sono una cosa seria, da morire (dal ridere)

“Hotel del Gran Cervo”: le indagini sono una cosa seria, da morire (dal ridere)
Written by Simone Baldi

Credits: © Narratori Feltrinelli

A chi piacerebbe scoprire in un piccolo e caratteristico paesino montano, dove il tempo sembra essersi fermato e le tradizioni essersi mantenute intatte? A prima vista chiunque, ma quando l’idilliaco scenario bucolico si trasforma nel palcoscenico di un intricato mistero, saranno pochi quelli interessati, a meno di non veder arrivare qualcuno in grado di riportare, nella concitazione del momento, ordine e giustizia, anche se con metodi tutti suoi, proprio come ne l’“Hotel del Gran Cervo” (Franz Bartelt, Feltrinelli, 2018, 284 pp, 16,50€).

Reugny, piccolo borgo abbarbicato sulle Ardenne, a pochi chilometri dal confine, è un posto tranquillo, con le sue abitudini e la sua routine. Eppure, dietro quella facciata di omertoso perbenismo, si nasconde un tragico evento: il suicidio di Rosa Gulingen, una delle più famose attrici di film romantici degli anni Sessanta. Non tutti, però, sono così sicuri della dinamica della sua dipartita, ed è per questo che il giovane Nicolas Teque viene mandato dal proprio capo, u produttore di serie e documentari televisivi, all’Hotel del Gran Cervo, il posto dove Rosa si è tolta la vita in una vasca da bagno, per indagare se le cose siano andate esattamente così. Capirete bene che, dopo quarant’anni, le speranze di trovare nuovi indizi sfuggiti alla polizia, sono risibili, ma tant’è. Nemmeno il tempo di arrivare in paese che già i grattacapi si fanno esponenziali: l’odiato frontaliere del paese viene ritrovato cadavere vicino alla strada, la figlia della proprietaria dell’Hotel sparisce nel nulla e l’unico testimone è il ritardato del paese. Una bella sfiga, non c’è che dire! Ma non disperate, basterà attendere l’arrivo delle autorità per veder tornare la calma e risolvere il rompicapo. Questo è quello che pensano tutti gli abitanti di Reugny, finché non vedono arrivare Vertigo Kulbertus, istrionico, scorretto, cinico, pachidermico (tanto da dover dormire seduto su una montagna di cuscini, per la sua incapacità di sdraiarsi) e geniale ispettore di polizia, a poche settimane dalla sua “immotivata ma doverosa pensione” (parole sue). La sua arroganza, unita al disprezzo per le basilari regole della convivenza civile, l’anticonformismo delle sue tecniche investigative e la pressoché totale mancanza di tatto nell’esprimere le proprie opinioni, saranno una miscela esplosiva. Ben presto, l’intero paesino conoscerà le sue eccentriche abitudini (la prima è la sua smodata passione per le patatine fritte, che mangia quattro volte al giorno, accompagnate in rigoroso ordine alfabetico da altri ipercalorici alimenti) e niente sfuggirà al suo occhio indagatore. Nel vortice melmoso delle sue indagini finirà anche Richard Lépine, il Direttore del Centro Motivazionale, l’ex albergo concorrente dell’Hotel del Gran Cervo, ovvero l’uomo più potente di Reugny, da cui però non si farà minimamente intimidire. D’altronde, nessuno può intimidire un ego elefantiaco. E il giovane Teque, come potrà portare avanti le sue ricerche in tutto questo trambusto? Strano a dirsi, ma il caos generato sembrerà essergli d’aiuto, finendo per far convergere i filoni dei due uomini in un unico, intricato caso.

Noir sui generis, con punte di cinismo e tensione controbilanciate da uno humor nero, nerissimo, caustico e dosato con sapienza. Chi ha detto che, anche durante una tragedia, non si possa ridere delle disgrazie altrui? Ed è proprio quello che Bartelt fa: accompagnarci nel mondo delle idiosincrasie di ogni personaggio, rendendolo una macchietta piena di segreti e contraddizioni. Eppure, ben lungi dal risultare banale e scontato, questo meccanismo fa acquistare consistenza e interesse al romanzo, perché, sviando temporaneamente dalle indagini per concentrarsi sui singoli individui, lo rende più ricco e intrigante. Vertigo Kulbertus meriterebbe una menzione tra gli ispettori di polizia più riusciti di sempre, con la sua ambivalente natura, sempre in bilico tra facezia e cattiveria, la cui lingua tagliente non risparmia niente e nessuno: ogni volta che apre bocca è uno spasso. Impossibile resistere al suo fascino, a meno di non essere un assassino a piede libero che cerca con tutte le proprie forze di nascondere le proprie malefatte, o un piatto di patatine fritte.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.