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De visu con: Giuseppe “Pippo” Pancaro allenatore della U.S. Pistoiese 1921

De visu con: Giuseppe "Pippo" Pancaro allenatore della U.S. Pistoiese 1921
Written by Piero Pardini

Credits: Giuseppe “Pippo” Pancaro © Ufficio Stampa – U.S. Pistoiese 1921

Giuseppe Pancaro ha vissuto gran parte della sua esistenza sui campi di calcio: prima come giocatore, regalandosi importanti soddisfazioni, poi come allenatore alla ricerca della sua definitiva consacrazione.
Da quest’anno, è stato scelto dalla famiglia Ferrari, tramite il D.S. Dolci, per guidare la U.S. Pistoiese 1921.
Della sua vita da giocatore professionista sappiamo quasi tutto, grazie anche agli importanti traguardi raggiunti in due squadre come Lazio e Milan, che lo hanno esposto sotto i riflettori dei media di tutto l’universo calcistico. Anche la sua vita di allenatore, al momento professione in itinere, è conosciuta ai più e la sua scelta di accettare la panchina di Pistoia vuol essere il preludio a vivere una stagione da protagonista, provando a riportare la squadra arancione, anche in vista dell’imminente centenario, ai fasti e alla visibilità che le compete.

Prima di tutto una curiosità: tutti ti chiamano “Pippo”, ma il tuo nome è Giuseppe, come nasce questo nuovo nome?
“Il nome Pippo, nasce in famiglia. Quando mia madre era in dolce attesa della mia nascita, mia sorella, che è due anni più grande di me, non faceva che ripeterle che non vedeva l’ora che nascesse Pippo e questo nome mi è rimasto in famiglia. Successivamente, durante la mia permenenza a Cagliari, il mio compagno Oliveira ha iniziato a chiamarmi, così, e questa è stata la prima volta che questo nome ha preso campo nel mondo del calcio. La storia non finisce qua, quando sono passato alla Lazio eravamo in tre a chiamarci Giuseppe: io, Signori e Favalli. A Roma difficilmente vieni chiamato per nome, o si usa un soprannome e è storpiato il nome: Giuseppe diventa, inevitabilmente, Peppe, ma visto che eramo in troppi con questo nome, Sven-Göran Eriksson mi chiese se avessi voluto essere anch’io chiamato Beppe, visto che Pippo risuonava nella mia mente fin dalla tenera età, ho deciso di adottarlo e poi me lo sono definitivamente portato dietro”.

Classe 1971, ha sempre lavorato con applicazione e tenacia, nessuno ti ha mai regalato niente e sei arrivato a toglierti grandi soddisfazioni. Quando hai capito di essere, finalmente, un giocatore “vero”?
“La consapevolezza che sarei riuscito a fare una carriera di questo tipo è arrivata molto tardi. Solo dopo il mio periodo al Cagliari e poi alla Lazio. Ho capito che ero arrivato in alto quando sono stato chiamato in Nazionale, paradossalmente in quel momento ho acquisito questa consapevolezza. Prima ho pensato esclusivamente ad allenarmi a testa bassa, forse per paura di perdere quanto conquistato”.

Una figura o più alle quali sei grato per la tua carriera, senza togliere niente al tuo lavoro quotidiano.
“In ogni periodo della vita si deve essere grati a qualcuno. Potrei citarti Tabarez per avermi lanciato, definitivamente, nella mischia della serie A, Giovanni Trapattoni, Eriksson che mi si è innamorato calcisticamente del mio gioco e mi ha voluto a tutti costi nel suo gruppo, Carlo Ancelotti durante il mio periodo al Milan solo per citarne alcuni. Ritengo però che devono esserci due componenti fondamentali: se da una parte qualcuno crede in te, dall’altra devi esserci tu e dimostrare, quotidianamente, che quella fiducia è stata ben riposta. C’è stata una sola persona che ha riposto una fiducia incondizionata su di me e quello è stato mio padre, una gran presenza che mi ha sempre sostenuto. Un grazie incondizionato forse lo devo a lui”.

Cosa avresti voluto, e che tuo malgrado non si è concretizzato, per rendere più completa la tua attività professionistica?
“Per quanto riguarda i risultati raggiunti con squadre di club sono soddisfatto di quanto fatto. Quello che forse mi è mancato di più è stato quello di completarmi come giocatore della Nazionale. Ho vissuto periodi diversi con vari allenatore: Zoff, Trapattoni e Lippi, ma è sempre mancato quel salto di qualità che avrei sempre auspicato. Con Zoff ho partecipato a tutte le qualificazioni per l’europeo, poi per scelta tecnica non sono stato inserito nella rosa finale. L’anno successivo, con Trapattoni, ho partecipato alle qualificazioni dei Mondiali e un infortunio mi ha privato di partecipare. Infine, con Lippi, anche in quel caso per un infortunio, non ho potuto partecipare alla fase finale degli Europei. Mi manca una fase finale di un evento importante della Nazionale, peccato, rimarrà sicuramente un sogno irrealizzato”.

Com’è cambiato il calcio dal tuo addio al calcio giocato ad oggi?
“Dal punto di vista tecnico c’è stata un’evoluzione molto importante. Come del resto c’è stata in ogni settore. Si tratta di un fatto fisiologico. Di sicuro, è cambiato il rapporto sociologico all’interno degli spogliatoi: prima dell’avvento dei social, i rapporti erano vissuti in modo diretto, nello spogliatoio era fondamentale creare il gruppo attraverso il confronto quotidiano, che è tutt’ora presente, sono cambiati i modi di farlo. Non voglio dare giudizi su un modo o sull’altro, il modo di rapportarsi è cambiato inevitabilmente con i mutamenti della società, non possiamo far altro che adeguarci a nuove metodologie e strumenti di interrelazione”.

Quanto la famiglia ha condizionato le tue scelte professionali.
“Sino a circa 34 anni ho pensato, esclusivamente, alla mia carriera professionistica, poi è emersa la necessità di rapporti più durevoli e concreti. La mia famiglia si è costituita nel periodo in cui stavo quasi per chiudere la mia attività di calciatore. Adesso sono molto più coinvolti e amo confrontarmi con loro”.

La scelta della piazza di Pistoia come l’hanno vissuta?
“La scelta di Pistoia è stata accolta positivamente. Quando sono a casa, sono un calcio dipendente, rischio di essere anche un po’ insopportabile, l’idea di vedermi, nuovamente, impegnato nel lavoro che amo è stato accolta con immensa gioia. Pur stando, meravigliosamente, bene con loro, la casa per me è sempre stretta ho bisogno di quel rettangolo verde: una sorte di droga dal quale non riesco proprio a staccarmi. Mia moglie e mia figlia hanno trascorso solo pochi giorni qua a Pistoia e non hanno avuto modo di conoscerla approfonditamente. Pur essendo una cittadina a “dimensione di uomo” dove si finisce per conoscerci un po’ tutti, non sento la mancanza delle grandi città, è bello passeggiare per le vie del Centro si respira un senso di autentica serenità”.

La vita del calciatore è diversa da quella dell’allenatore, quando hai capito che fare l’allenatore poteva essere il naturale prosièguo della tua carriera di atleta?
“Tra il Pippo Pancaro giocatore all’allenatore sono trascorsi circa due anni durante i quali mi sono dedicato a tempo pieno alla mia famiglia e a tutte quelle attività non ero mai riuscito a regalarmi durante la carriera. Parallelamente, ho deciso di seguire tutta la didattica di preparazione alla carriera di allenatore e giorno dopo giorno ho iniziato a maturare l’idea che sarebbe diventata questa attività una nuova professione”.

Com’è che hai scelto Pistoia rispetto ad altre opportunità.
“Scelgo non in base al luogo dove lavorare, ma sulla possibilità di poter lavorare come ritengo più opportuno. A Pistoia mi è stata data questa possibilità, a questo si poi aggiunto il blasone di questa città, alla storia degli arancioni e questo, rispetto ad altre situazioni ha spostato decisamente l’ago della bilancia per la scelta. Naturalmente, la scelta avviene sulla base di sensazioni oltre che di promesse. Ho percepito da parte del D.S. un grande desiderio di avermi nel progetto e sin dai primi contatti non ho trovato intralci al mio personale progetto di gioco. Amo lavorare con i giovani come amo vedere i tifosi innamorarsi della squadra della propria città. Si è creata, immeditamente, la giusta alchimia tra la società, il sottoscritto e i progetti per l’immediato futuro”.

In questo scenario, se vogliamo idilliaco, c’è stato un punto sul quale hai avuto qualche dubbio?
“Sì, sono sincero la possibilità di poter individuare una rosa in tempi brevi. Dovevamo formare il gruppo senza fretta approfittando delle opportunità del mercato e il rischio era di veder completare la rosa a campionato iniziato. Ciò ci ha condizionato, non è facile portare a un livello psico fisico un gruppo che viene costruito in itinere, ma, e di questo sono certo, quando avremo assestato il gruppo al mio standard di gioco, ci toglieremo delle soddisfazioni. Bisogna avere fiducia, partita dopo partita tutti i tasselli andranno al loro posto. Abbiamo trovato i giocatori che fanno al caso nostro sono fiducioso”.

In questo clima di “lavori in corso” cosa ti soddisfa maggiormente?
“Le motivazioni di ogni singolo elemento del gruppo. Nessuno si tira indietro. Tutti durante gli allenamenti danno il massimo, nessuno elemento del gruppo “tira indietro la gamba”. Questo nasce dalla visione comune mia e di Dolci, due persone motivate non possono cercare che atleti motivati e questa credo sia il fulcro del nostro progetto. I giovani che abbiamo preso devono vivere questo campionato con l’obiettivo di dare il meglio sempre e comunque, perchè se desiderano fare il così detto salto di qualità verso mete e palcoscenici più blasonati è qui che devono iniziare a dimostrare il loro valore. A questi si aggiunge un gruppo ristretto di “più esperti” dove Francesco Valiani, per la sua storia e le sue origini, rappresenta il faro per questi giovani. Anche però i “grandi” sono fortemente motivati pronti a mettersi al servizio del gruppo, sono molto soddisfatto e adesso non ci resta che lavorare seriamente”.

Esiste una rapporto speciale con Capitan Valiani?
“All’interno del rettangolo di gioco tratto nel solito modo sia il giocatore quarantenne sia il diciottenne, non esistono preferenze a priori, a nessuno regalo mai niente. Naturalmente, nella formazione della squadra abbiamo fatto una scelta anche sulla base delle qualità morali dei singoli individui. Mi spiego, Francesco io non lo conoscevo personalmente, ma tutti me ne avevavo parlato molto bene. Ho avuto dei momenti di confronto, molto serrati e ripetuti, dai quali sono emerse delle forti compatibilità sul modo di vedere e affrontare questa nuova stagione. Ho capito di avere l’opportunità di allenare una persona perbene oltre che un grande professionista. Abbiamo una sorta di rapporto paretetico da uomo a uomo e, vista la differenza di ruolo, un rapporto così lo puoi avere solo con un persona dotata di una grande intelligenza. Un gran uomo Valiani, una gran professionista che si erge a modello per gli altri è sempre il primo che entra in campo e l’ultimo che esce, dispendando consigli e una parola di incoraggiamento per tutti i membri del gruppo”.

Come si conquistano i tifosi?
“Da giocatore ho sempre scelto di mostrarmi nel modo più professionale possibile: dando sempre il massimo e conducendo una vita consona al mio ruolo. Da allenatore credo che non esista una ricetta per conquistare il tifo tranne che con il lavoro. Dirigere gli allenamenti con passione e dedizione, evitare comportamenti di scontro, chi lavora seriamente è sempre apprezzato, anche se talvolta possono crearsi delle inconprensioni. Naturalmente, nel calcio alla fine contano i risultati, ma se fai tutto con professionalità sei sempre rispettato e io, non voglio avere rimpianti. Il mio lavoro mi piace quindi darò sempre il massimo per la nostra squadra”.

Ti sei dato degli obiettivi a Pistoia?
“Nella vita dobbiamo essere ambiziosi, in questo momento il mio obiettivo è plasmare la squadra in modo giochi bene e che dia soddisfazione ai tifosi, parallelamente scatenare un vero senso di appartenenza tra la città e il gruppo, perchè sia sempre un piacere andare allo stadio”.

Come si metabolizza una sconfitta e come si danno nuovi stimoli a una squadra giovane come la Pistoiese? Hai un segreto?
“No, non ho segreti. Innanzitutto, devo essere io il primo a rimotivarmi. Non ci sia abitua mai alla sconfitta. Dopo aver metabolizzato io la sconfitta, ho il dovere di trovare il modo per motivarli ancora attraverso il piacere di giocare al calcio. Devono trovare piacere a rimettersi in gioco, provando sempre a migliorarsi”.

Una curiosità: cosa è rimasto del legame con il gruppo con il quale hai vinto lo scudetto a Roma?
“Un legame indissolubile, ci sentiamo spesso con molti di loro. Con Simone Inzaghi ci sentiamo spesso e ti confesso che parliamo anche di Pistoiese. Con altri non ci sentiamo di frequente ma, quando lo facciamo, è come incontrare di nuovo dei fratelli. Le vittorie in questo mestiere ti legano fortemente ed è difficile distaccarsi e dimenticare il turbinio di emozioni che hai condiviso con gli altri”.

Hai mai pensato di dedicarti alla TV?
“Mi è capitato di essere invitato in varie trasmissioni. Sicuramente, è una esperienza molto coinvolgente, ma io, al momento, riesco a realizzarmi quando sono in campo, se la tua domanda implicava un mio desiderio di diventare opinionista ti dico di no. Poi, mai dire mai”.

Il tuo sogno nel casssetto?
“Un giorno poter allenare o la Lazio o Milan dove ho trascorso anni fantastici, ma prima voglio onorare il mio impegno con Pistoia e i suoi tifosi”.

About the author

Piero Pardini

Giornalista pubblicista da maggio 2002.
Coautore del saggio "Gianni Clerici - Lo scrittore, il poeta il giornalista" edito da Le Lettere (2010) Firenze.
Dal 2015, è sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier).
Scrive di tecnologie, sport ed enogastronomia.
Dal 2016, è direttore responsabile di "The Wolf Post", di cui è l'ideatore.