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“Il feudo”: la rassegnazione è un carburante subdolo

“Il feudo”: la rassegnazione è un carburante subdolo
Written by Simone Baldi

Credits: © Sellerio

Se la vittoria non può essere l’unico obiettivo a cui tende la nostra esistenza, anche il suo converso, la sconfitta, non può essere il polo attrattivo verso cui far convergere tutti i nostri alibi. Il protagonista de “Il feudo” (David Lopez, Sellerio, 2019, 228 pp, 16€) ci mostra le dinamiche di chi, ai margini metropolitani, sceglie la tranquillità al posto dei tentativi di realizzazione personale, ignorando anche le possibilità che la vita gli offre, a discapito delle qualità che si porta dentro.

Jonas è un ragazzo di una cittadina qualunque di provincia, anonima e monotona. I suoi passatempi sono gli amici e la boxe, in egual misura. Con gli amici si diverte, passando il loro tempo insieme tra molte bevute e altrettanto fumo, nell’incuria della loro ignoranza, che da pretesto per uno sfottò si trasforma in vanto millantato. Sono giornate ripetitive, tutte apparentemente identiche, talmente minime le variazioni da non rappresentare un vero cambio di programma. È un gruppo legato il loro, che si basa sulla condivisione di un destino marginale, di una non appartenenza all’élite, ma neppure allo strato sociale più basso. Sono tamarri di periferia, non feccia; hanno reazioni istintive e esagerate, mai sconsiderate; vivono alla giornata, senza programmi per il futuro, ma non per questo non hanno speranze. Sul ring, invece, Jonas sfodera anche altre caratteristiche: è bravo, sfuggente e imprendibile, qualità che gli sono valse la quasi totalità degli incontri disputati. Il suo approccio al pugilato non è muscolare, arrembante, quanto piuttosto sfuggente, un concentrato di allontanamento e schivate, sgusciando via dai colpi dell’avversario, in attesa del momento giusto. Eppure, al fondo, c’è sempre una paura che lo attanaglia, che non lo fa esprimere al massimo delle sue possibilità: non la sconfitta, ma quel territorio inesplorato della sua fallibilità. Se c’è qualcosa che suo padre gli ha insegnato è la rassegnazione, l’idea che ciascuno debba piegarsi al proprio destino, accettare l’ineluttabile, non puntare mai troppo in alto né tentare di cambiare una strada pre-tracciata. Se si hanno delle qualità bisogna assecondarle, seguire quel solco che la propria attitudine ha scavato per noi; il problema è l’indole, il modo di affrontare le sfide che la vita ti propone. Così anche con le donne. Wanda, la sola che lui brama, lo tiene a distanza, concedendogli di farle sesso orale, come e quando vuole lei, facendolo sentire inappropriato e fuori posto accanto a lei. Ogni aspetto acuisce in lui questo senso d’impotenza. A forza di vivacchiare, rimanendo in superficie e non abbandonando mai i propri spazi sicuri, Jonas non sa cosa voglia dire provarci sul serio e quando, dopo l’unica, sonora sconfitta della propria vita pugilistica, riesce ad avere l’opportunità di una rivincita, invece di dedicarsi anima e corpo all’impresa, continua a vivacchiare, ignorando i precetti del suo vecchio allenatore, fumando come un ossesso, tracannando alcool a ripetizione e contravvenendo a tutte le regole di buon senso, sportivo e non. Non che non gli interessi, ma la fascinazione per la sconfitta, già sintesi apriori nella sua mente, ha la meglio, facendolo sentire non all’altezza, sconfitto in partenza. Con l’avvicinarsi dell’incontro Jonas dovrà prendere una decisione: continuare nelle sue consolidate abitudini o provarci davvero, ribaltando se stesso e il suo mondo. Chi avrà la meglio: l’indolenza o la rabbia?

Romanzo-confessione, “Il feudo” è uno spaccato di vita degli strati marginali della società, attuale e preciso, con un linguaggio contemporaneo e diretto, capace di mescolare la voce narrante ai dialoghi, senza segni di punteggiatura a dividerle, creando un unico, perpetuo flusso. Si assiste impotenti alla monotonia delle giornate di questi ragazzi, tra un tocco di fumo e una bevuta, giocare a carte e andare a trovare altri amici, come se non ci fosse un piano, né una volontà di cambiamento. Tutti loro lo sanno, è palese, eppure non fanno niente per migliorare la propria condizione. Stesso discorso nella boxe: Jonas potrebbe essere un vincente, uno con le carte in regola, ma non si applica, non fino in fondo. Inevitabili le sconfitte, i passi indietro, la relegazione in spazi inferiori. Interessanti e poetici i capitoli in cui lo sguardo si sposta dalle dinamiche di gruppo a singoli eventi, in cui l’attenzione si concentra sulla costruzione di un fuoco nel bosco, ad esempio, o nei pensieri durante l’incontro. Sono tracce di un’interiorità profondo, acuta, che viene però, come tutto il resto, sublimata dalla routine che la circonda e, purtroppo, la soffoca, relegata nello spazio e nell’impotenza di un pensiero.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.