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“Cavallo indiano”: lo sport come pura estraniazione dai propri problemi

“Cavallo indiano”: lo sport come pura estraniazione dai propri problemi
Written by Simone Baldi

Credits: © Bompiani

Esistono azioni e automatismi che compiamo per il piacere dell’estasi che ci regalano. In quei momenti, in cui sperimentiamo una sensazione di galleggiamento, ci sentiamo avulsi dalla realtà che ci circonda, intoccabili dagli eventi esterni. Eppure, quando il rumore di fondo del mondo, con la sua violenza e il suo fastidio, riesce a penetrare, rovina quegli attimi di purezza, riportandoci alla dura realtà, con cui dobbiamo tornare a fare i conti, come in “Cavallo indiano” (Richard Wagamese, Bompiani, 2019, 240 pp, 13€).

Saul Cavallo Indiano è un nativo americano, appartenente alla tribù degli Ojibway, gli indiani dell’Ontario, in Canada. La sua famiglia ha sempre vissuto nella natura, in unione con lo spirito della terra e di ogni cosa, alla larga da altre realtà. Purtroppo, in seguito alla prematura scomparsa del fratello, l’abbandono dei genitori e la morte della nonna, Saul, a soli otto anni, viene portato in un istituto gestito da suore e preti, dove trova altri bambini nativi come lui. È un’esperienza umiliante e degradante, in cui i loro tutori fanno di tutto per estirpare le radici pagane e sostituirle con il credo cristiano. Sono gli anni Sessanta e l’attenzione alla pedagogia e la psicologia infantile non è certo al primo posto, specialmente quando si hanno di fronte ragazzi considerati inferiori o impuri. Dai soprusi alle violenze il passo è breve, e non è infrequente che qualcuno di loro finisca ucciso dalle percosse o dal lavoro, tra l’indifferenza generale. Come fare, dunque, per resistere a tutto questo dolore, ad una tale sofferenza? Inaspettatamente, Saul scopre per caso l’hockey, di cui ignora i rudimenti, ma da cui rimane immediatamente affascinato e rapito: giocare è un modo per estraniarsi, fuggire da se stesso e i suoi problemi. Con grandi sacrifici da autodidatta impara a pattinare e a giocare. Notato da un suo insegnante, un prete più moderno degli altri, riesce ad entrare nella squadra della scuola e, in breve, ne diventa la stella più fulgida. Come suo nonno, il ragazzo scopre di avere il dono della preveggenza, un sesto senso innato che gli permette di capire come il gioco si svilupperà e cosa stia per accadere. Affinando questa sua peculiare caratteristica, insieme alle sue doti tecniche, annichilisce ogni avversario: i suoi passaggi illuminanti, i suoi movimenti anticipatori. È così bravo da essere invitato fuori dalla riserva, a giocare con i bianchi. Tuttavia, invece della gloria, troverà lo scherno e l’isolamento, in un mondo dove i pregiudizi razziali sono impermeabili ai cambiamenti della società. Lui, un indiano, benché più forte degli altri, anzi proprio per questo, viene escluso dalla squadra, facendo amaramente ritorno alla sua scuola. Eppure, qualche anno più tardi, ad appena tredici anni, Saul ottiene di poter andare a giocare per gli Alci, una squadra di un’altra città. Si tratta di una rivoluzione: niente più collegio, ma una famiglia vera. Lì viene accolto come un figlio da una coppia di nativi americani che, proprio come lui, hanno trascorso anni in istituti correttivi gestiti da clericali. Sarà Virgil, il loro figlio minore, ad introdurlo nella squadra e farlo crescere, sia in campo che fuori. Grazie a lui il loro gioco migliora, facendoli diventare più bravi, tanto da ricevere inviti da squadre fuori della riserva. Saul, memore delle ferite del passato, non vuole andare, ma i suoi compagni lo convincono e, nonostante le vittorie riportate, scopriranno sulla loro pelle ciò da cui il ragazzo li aveva messi in guardia: i bianchi pensano che il gioco sia loro, soprattutto se affrontano avversari a loro superiori. Quando il loro destino sembra essere quello di rinchiudersi nuovamente nella loro piccola comunità, per Saul arriva la chiamata nel vivaio dei Toronto Maple Leafs, una squadra di NHL, il massimo campionato americano. Pur titubante, alla fine decide di andare e, in breve, ottiene posto e lodi dell’allenatore. Eppure, proprio quando tutto sembra essere indirizzato nel modo giusto, le continue offese e la pressione della stampa, che lo dipingono più come un selvaggio che come il brillante giocatore che è già, fanno scattare qualcosa in lui, accendendo la molla della sua rabbia, sempre repressa e rifiutata, trasformando il suo gioco pulito e perfetto in pura aggressività. Come unico risultato viene allontanato dalla squadra. Senza più uno scopo, ad appena diciassette anni, decide di tornare dalla sua famiglia adottiva, soltanto per separarsi da loro poco tempo dopo, desideroso di lasciarsi tutto alle spalle, fuggendo verso un futuro che lo porti lontano dall’hockey e gli insulti della gente. Purtroppo, il razzismo e i pregiudizi lo seguiranno dovunque andrà, rovinando la sua pace interiore e avvicinandolo pericolosamente all’alcool, tanto da spingerlo nel baratro di un alcolismo irreversibile. Solo nel 1978, poco più che trentenne, farà ritorno nel bacino del Lago da cui ha avuto inizio la sua diaspora famigliare, per poi ripercorrere i propri passi, fino al collegio, ormai chiuso, in cui scoprirà riaffiorare, in tutto il suo dolore e sofferenza, una verità che aveva cercato, inutilmente, di mettere a tacere.

Romanzo dalle molte anime, che inizia come racconto delle radici native di chi, ormai, non potendo più vivere come i suoi antenati, ricerca del mantenimento delle proprie tradizioni l’unico legame col proprio passato, proseguendo poi come osservazione della condizione dei bambini sottratti alle proprie famiglie indiane per essere forzatamente reinseriti nella realtà sociale, benché tenuti da essa separati, attraverso coercizione e torture (non solo psicologiche), fino al racconto sportivo, alla dimensione ludica ma al tempo stesso quasi ascetica che solo il gioco sa regalare. Costantemente, come una vena sotterranea che accompagna tutto il libro, le sofferenze di Saul tornano a sanguinare, più o meno intensamente, mostrandoci chiaramente quanto il fatto di essere deriso, schernito e ghettizzato per la sua provenienza sia un marchio da cui non potrà mai liberarsi. Eppure, quella trance che lui ricerca nel gioco, non è solo un modo per riacquistare i caratteri dei suoi avi, quanto anche un tentativo di fuga da un mondo che, ambivalentemente, lo vuole pur respingendolo. Solo nelle ultime pagine del testo si scoprirà la vera, nascosta fonte della sofferenza di Saul, ciò che lui ha cercato con tutto se stesso di negarsi, rinchiudendola dentro di sé, in un luogo inaccessibile, per poi fuggire via, con la sua mente, trasportato dal gioco. Ma scappare non potrà essere una soluzione, soprattutto da un nemico e una violenza che ci portiamo dentro, nel maldestro tentativo di allontanarla, illudendoci di poter essere altro da lei, invece di accettarla e capire, dolorosamente, che non abbiamo colpa per la sua esistenza. Con una voce chiara e poetica al tempo stesso, intrisa di una sofferenza in parte biografica, Wagamese dà vita ad un classico moderno, con tutti i crismi dell’epica contemporanea, dal senso di sacrificio, alla forza della collettività, senza dimenticarsi dell’influsso delle sofferenze nel nostro cammino personale, sia come ostacolo sia come sprone.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.