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“È la mia storia”: il diritto dell’arte di prendere ispirazione dalla vita

“È la mia storia”: il diritto dell’arte di prendere ispirazione dalla vita
Written by Simone Baldi

Credits: © Feltrinelli

Quanto di ciò che facciamo possiamo dire essere veramente nostro e di nessun altro? Le conseguenze delle nostre azioni, delle nostre scelte e dei nostri silenzi, appartengono sempre a chi le ha (anche o seppur involontariamente) messe in moto? E se scoprissimo, un giorno lontano, che un nostro segreto sta per diventare di pubblico dominio, senza però che nessuno capisca a chi o a cosa faccia riferimento, cosa dovremmo fare, per salvaguardarlo? Queste e altre questioni sono al centro di “È la mia storia” (Janne Teller, Feltrinelli, 2019, 130 pp, 14€).

È una giornata nevosa, chiusa nel suo candore abbacinante. Nella solitudine del suo ufficio un uomo sta consultando un manoscritto che deve decidere se mandare in stampa il giorno seguente. Sembra una scelta facile, apparentemente senza bisogno di essere presa, visto che il tomo è, nella sua semplicità e fruibilità, un successo assicurato. Ha tutti gli elementi per diventare un best seller, uno di maggiore successo dei prossimi anni. Eppure, a bloccare quella semplice scelta è stata la visita che ha appena ricevuto da una donna, sua conoscente e collaboratrice. Perché lei, dalle profondità del suo intimo, ha confessato di essere la protagonista di quel libro e che, in caso di pubblicazione, verrebbe ad essere svelato un suo segreto custodito per anni nell’invisibilità della sua coscienza. Si tratta di un episodio avvenuto quando lei lavorava in Africa per le Nazioni Unite. Nelle sue parole, che invocano una verità anche senza svelarla, lei fa riferimento ad un fatto grave, di cui non delinea però né contorni né circostanze: un pestaggio, uno stupro, un omicidio o uno scambio di persona. L’uomo è perplesso, come fare per decidere se ciò di cui sta lentamente apprendendo l’esistenza è un fatto reale oppure inventato. Soprattutto: perché lei non vuole quella pubblicazione, se nessuno capirebbe che è di lei che si sta parlando? Nel pulviscolo degli indizi, dei fatti, dei particolari che lei fornisce, sfugge sempre l’essenziale, il centro gravitazionale di tutta la questione. E proprio per questo, dai dubbi sull’autenticità di quella confessione si passa ad una discussione sull’arte, su ciò che è e sul diritto di un autore di usare le storie di altri. La donna, dopo aver aperto uno spiraglio sulla sua cicatrice ancora sanguinante, chiede all’editore se quel manoscritto non sia da considerare appropriazione indebita. Perché è la sua vita, ad essere raccontata e nessuno le ha chiesto il permesso. Ma, risponde l’uomo, come fare a definire la proprietà di un’opera d’arte? E che ruolo hanno le fonti e le ispirazioni? Nel filo narrativo che alterna il racconto degli eventi in Africa alla discussione tra i due protagonisti, passando per i dubbi mentali di lui e le argomentazioni di lei, scorre, come flusso costante, un discorso che l’uomo sta scrivendo, dove delinea e circoscrive il ruolo dell’arte e le sue peculiarità. Se da un lato l’artista ha il diritto di elevare i meri fatti individuali a portata universale, rendendo il suo prodotto qualcosa di splendido, come considerare le opere brutte o malriuscite? Anche lì vige il diritto dell’autore o tale privilegio decade? Sono riflessioni profonde, radicali, tanto da far riscrivere all’editore parti intere del suo discorso, confluendo verso le posizioni della donna, salvo poi allontanarsene, come a ritornare nella strada maestra da lui tracciata in precedenza. Con questo movimento ondivago e oscillatorio, la narrazione procede, creando un parallelismo con tra confessioni e opinioni, senza punti fermi a cui appigliarsi né esiti scontati da vedere confermati.

In un mix tra storia, biografia, confessione e saggio, Janne Teller traccia una parabola che costantemente si serve del dubbio per la propria traiettoria. In uno stile asciutto e minimale, dove non albergano fronzoli né facezie, viene ricostruita una storia che si presta ad essere il trampolino su cui vengono fatte rimbalzare le domande esistenziali e artistiche. Inutile scappare o tentare di eludere i problemi, perché ad ogni conferma segue una smentita, nel gioco di una definizione impossibile di cosa sia arte e cosa no. Importante, se non basilare, provare ad elevare lo sguardo oltre l’orizzonte dei fatti, della semplice proposizione di azioni e reazioni. Il mondo dell’opera d’arte ha uno statuto ontologico differente dalla vita quotidiana e le leggi che lo regolano non sono parametrabili a ciò che facciamo ogni giorno. Come speculazione filosofica intrisa di marketing, il manoscritto che l’editore deve decidere se mandare in stampa o meno è il confine tra cosa sia lecito inserire in un romanzo e cosa no, sul valore delle fonti e la proprietà (anche intellettuale) di un evento. In un mondo dove ciascuno è sempre più spettatore delle proprie azioni bisogna essere pronti a vedersi sottrarre la paternità dei nostri comportamenti.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.