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“Uomini di poca fede”: la forza dell’amore contro l’ottusità della religione

“Uomini di poca fede”: la forza dell’amore contro l’ottusità della religione
Written by Simone Baldi

Credits: © Marsilio Editore

Cosa si è disposti a sopportare, da genitori, di fronte ai capricci dei figli? Finché si tratta di ribellioni adolescenziali, il compito è (relativamente) facile, ma quando, una volta cresciuti, le questioni in ballo acquistano importanza e diventano, di fatto, vitali, la situazione cambia. Scegliere se assecondare le irrazionalità filiali o imporre il proprio volere è il bivio a cui ciascun genitore sente di doversi, prima o poi, trovare. Ma quale strada prendere e, soprattutto, capire quanta forza di volontà si abbia per seguirla, è un’incognita insoluta a priori. Solo i fatti sveleranno il mistero, proprio come in “Uomini di poca fede” (Nickolas Butler, Marsilio, 2020, 270 pp, 17€).

Lyle Hovde è un sessantacinquenne che, ormai in pensione, trascorre le sue giornate al frutteto di una coppia di anziani, ormai divenuti amici, per cui raccoglie e consegna le loro mele. È un piacere antico, consolidato negli anni, che ha messo radici in simbiosi con la frugalità dell’uomo, capace di ristabilire la sua serenità e colmarlo di felicità, tanto quasi quanto la sua passione preferita: Isaac, suo nipote. Il bambino, poco più che cinquenne, è il figlio di Shiloh, figlia adottiva sua e di Peg, sua moglie. Trascorrono insieme giornate infinite e totalizzanti, in cui le domande del piccolo trovano complementarità nelle risposte del nonno e nelle attenzioni della nonna. E dire che quel quadro idilliaco ha rischiato di non realizzarsi mai, a causa dei molti, troppi anni di lontananza di Shiloh, persa dietro le sue ribellioni giovanili e le sue chimere da inseguire. Eppure, quando è tornata a casa, con quel tenero frugoletto, Lyle e Peg l’hanno subito accolta a braccia aperte, consci dell’ineffabilità di quella seconda opportunità che era stata loro offerta. Ma se per la donna era stato il buon Dio a farli riavvicinare, per l’uomo non può dirsi altrettanto, visto che la sua fede si era spenta dopo la prematura scomparsa del loro primogenito, avvenuta poco prima dell’adozione di quella figlia insperata e piovuta dal cielo (per l’esattezza da una loro amica neppure ventenne e poco avvezza a sentirsi madre). Dolore e gioia creano una indefinibile mescolanza nella mente e nel cuore di Lyle, sempre in bilico tra rimpianti e speranze per il futuro. Proprio quando i rapporti famigliari sembrano stabilizzarsi in una serena e confortante convivenza, Shiloh comunica ai genitori l’intenzione di voler tornare a vivere da sola. Con Isaac ovviamente. Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che i due genitori/nonni sono stati testimoni della Chiesa a cui la ragazza ha deciso di aderire, percependo chiaramente, nel giovane e carismatico reverendo Steven, una minaccia dalla magnetica ma subdola fascinazione. La naturale inclinazione sfavorevole di Lyle per la religione viene acuita dai caratteri di chiusura e ritrosia della Chiesa di Steven, più una setta che un vero culto cristiano. Scoprire poi che Steven veda in Isaac un potere guaritore, e che se ne serva in alcune circostanze per guarire i suoi fedeli, fa scattare un campanello d’allarme nell’uomo. Sarà solo con la scoperta del diabete del bambino, in seguito ad una crisi improvvisa e violenta, che tutta l’acredine di Shiloh troverà sfogo, finendo per incanalarsi nei confronti di suo padre, responsabile a suo dire, di aver introdotto il demonio in casa loro e avergli permesso di prendersi suo figlio. Per Lyle è una pugnalata a sangue freddo. Mai avrebbe pensato che lui, che ama suo nipote più di ogni altra cosa, potesse essere accusato di nuocergli, soprattutto in modo così subdolo e inconcepibile. Di fronte a lui, si aprono dunque due strade: rompere definitivamente con sua figlia o subire le sue folli decisioni, nel tentativo, se non di un riavvicinamento, almeno di non perdere i contatti con Isaac. Seguiranno mesi durissimi, di privazione affettiva, in cui vedrà il nipote solo la domenica a messa e senza possibilità di un vero contatto. In questo clima di strisciante depressione e viva impotenza, la notizia che Hoot, il suo migliore amico, fumatore incallito, bevitore indefesso e ruvido campagnolo, ha un cancro in fase terminale, lo getta nello sconforto più totale. Vedersi sottrarre i propri affetti uno dopo l’altro sarà un effetto domino che proverà con tutta la sua volontà ad evitare, anche contraddicendo i suoi stessi principi, in nome di un amore più grande e uno scopo più importante della coerenza, anche a prezzo dell’irriconoscenza altrui. Cosa sarà disposto a fare quando la situazione rischierà davvero di sfuggire di mano, con Isaac che si troverà seriamente in pericolo nell’ottusità collettiva?

Potente, asciutto e minimale. La provincia descritta da Butler è sempre (come nei suoi romanzi precedenti) lo scenario in cui si consumano le tragedie silenziose di chi vive ai margini dei grandi centri e non sembra essere degno, né per titolarità né per importanza, di un palcoscenico capace di amplificare ancor di più i loro tormenti. L’atmosfera che, progressivamente, diventa sempre più rarefatta e i tentativi di mantenere un’apparente normalità, sono le chiavi della ricostruzione di un mondo, quello rurale e provinciale, che non fa del dramma uno spettacolo mediatico: ciascuno cova nel suo intimo il proprio dolore. Una storia che ci mostra la mentalità arretrata e ottusa di certe provincie, anche ai giorni nostri, e l’irrazionale fede che in cui molto, troppo spesso si gettano persone disperate o alla ricerca di risposte facili e suggestive. L’inazione che spesso appare nei gesti di Lyle o nelle decisioni di Peg è il segno di chi ha vissuto una vita nel dovere, senza dar spazio a colpi di testa, e che, una volta costruita una famiglia, ha cercato con ogni mezzo di preservarla. Shiloh è la scheggia impazzita che rischia di mandare tutto in frantumi, l’insicurezza che si è fatta irrazionalità e che, per questo, attribuisce al padre un ruolo impossibile nella malattia di suo figlio. Accettare e subire saranno la manifestazione di quell’amore silenzioso ma persistente che Lyle prova per sua figlia, tanto da sopportare ogni sua contrarietà, anche il suo disprezzo, nella speranza di un suo ritorno alla normalità. Perché essere genitori significa amare i propri figli più di sé stessi, anche se loro non ricambieranno con lo stesso sentimento. Questa la prova d’amore suprema lo trasforma in un Re Lear alla rovescia, che invece di chiedere manifestazioni positive alle sue figlie, accetta qualsiasi sopruso da Shiloh, purché lei intraveda, nelle sue scelte scellerate, la purezza del sentimento paterno.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.