Books Letti per Voi

“Intrigo bretone”: un bizzarro rompicapo che unisce arte, rancori, tradizioni e segreti

“Intrigo bretone”: un bizzarro rompicapo che unisce arte, rancori, tradizioni e segreti
Written by Simone Baldi

Credits: © Beat Edizioni

Ciascuna comunità ha le proprie usanze, che racchiudono abitudini radicate nel tempo e celano segreti sconosciuti a chi arriva da fuori. Se qualcosa si compie al suo interno è lì che deve trovarsi la soluzione, ma per chi non fa parte degli autoctoni il compito è ancor più arduo. Può la propensione per la logica unirsi all’amore per la poetica del paesaggio? A guardare “Intrigo bretone” (Jean-Luc Bannalec, Beat, 2020, 232 pp, 18€) sembra proprio di sì.

La Bretagna è un luogo magico, conteso tra la terra e il mare, arcigno ed enigmatico come il carattere dei propri abitanti. Per chi arriva da fuori non è facile integrarsi in una tradizione che relega chiunque non abbia un’antica discendenza nativa al rango di “forestiero”. Lo sa bene Georges Dupin, attuale commissario di Concarneau ma giunto solo pochi anni prima da Parigi con le sue abitudini stravaganti: usare solo quaderni Clairefontaine per annotarsi, in modo assai ingarbugliato, ogni dettaglio delle sue indagini, e una passione smodata e irrefrenabile per il caffè. Sebbene conosca le usanze locali e abbia provato a fare proprie le abitudini bretoni, sente ancora qualcosa (o meglio qualcuno) che lo respinge, che non lo accetta completamente come uno di loro. Eppure, nonostante questa distanza sociale taciuta, è lui che deve occuparsi dei casi più difficili della regione, proprio come a Pont-Aven, quando viene rinvenuto il cadavere di Pierre-Louis Pennec, novantunenne proprietario dell’Hotel Central, con inconfondibili segni di accoltellamento. Ma indagare sulla morte dell’uomo significherà anche approfondire la storia del suo albergo, perché lì hanno soggiornato, nei tempi andati, numerosi pittori impressionisti, il cui esponente principale è stato Paul Gauguin. Tale era stata la sua fascinazione per quella regione, da aver scelto l’Hotel Central come uno dei suoi luoghi preferiti. D’altronde, nel salone del ristorante, sono ancora appese le riproduzioni di alcuni dei quadri creati dagli ospiti pittori. Possibile che l’uccisione di Pennec, che tra l’altro era già malato e a cui restavano ben pochi giorni di vita, sia da collegarsi proprio a un oscuro e sconosciuto quadro di Gauguin, di cui nessuno sapeva niente ma che avrebbe potuto cambiare per sempre l’intera storia dell’arte? Nel cerchio ristretto dei sospettati finiscono così Löic, il figlio di Pierre-Louis, sua moglie Catherine, suo zio André, politico importante da molti anni trasferitosi altrove, dopo accesi diverbi col fratello, Frédéric Beauvois, direttore del museo cittadino di arte finanziato in gran parte dall’Hotel Central, Fragan Delon, amico fraterno di Pennec padre, e, in ultimo, un uomo misterioso, sconosciuto agli autoctoni e visto parlare col defunto solo poche ore prima dell’atroce dipartita. Ciascuno parrebbe essere estraneo al delitto, chi per ragioni di sangue chi per opportunità, ma proprio per tali motivazioni il movente potrebbe essersi concretizzato in un gesto così efferato. Nei quattro giorni d’indagine serrata il caso sembrerà potersi risolvere facilmente: già a metà del secondo giorno, infatti, le ricerche si incanaleranno verso un unico, deciso sospettato. Sarà invece il ritrovamento di un secondo cadavere, durante una notte di burrasca capace di sferzare la costa con le onde del mare e una pioggia maligna, a rimescolare le carte e distruggere le convinzioni di Dupin. Costretto a ripartire un’altra volta da capo, lascerà i suoi due ispettori, Kadeg e Riwal, a sbrigare incarichi e commissioni di cui solo lui conosce lo scopo ultimo, nell’incredulità dei suoi sottoposti. Nemmeno l’aiuto di Reglas, della scientifica, sarà dirimente nell’individuazione di chi, una volta di più, avrà bisogno di essere catturato con la logica più che con i dati di fatto. Solo grazie a Marie Morgane Cassel, docente universitaria di arte, l’ispettore avrà accesso alle informazioni mancanti per assemblare quel bizzarro puzzle. A volte le intuizioni sono foriere di concretezza, tramutando, nel vortice dei dubbi e nell’empasse delle supposizioni, la speranza in solida certezza.

Giallo piacevole, che alterna la pura indagine poliziesca alla poesia per un luogo che, di momento in momento, si offre in tutta la sua poetica bellezza. Sì, perché l’anima bretone è un elemento imprescindibile, sia nell’indagine di Dupin, che si scontra sempre con chi non lo considera abbastanza locale o genuinamente integrato (e quindi lo guarda con lo sguardo benevolo ma distaccato), sia nel potere lenitivo che quei luoghi hanno sulla sua frustrazione e la sua solitudine, parigino da anni in Bretagna, senza mai esserne diventato parte. Il meccanismo a cui Jean-Luc Bannalec (autore tedesco che scrive, in realtà, sotto pseudonimo francofono) dà vita è un intrigante rompicapo, fatto di allusioni e delusioni (per chi vuol provare a stanare il colpevole, s’intende), capace di illudere il lettore con un finale scontato (già a metà del libro), salvo poi rivelare una sequenza immediata di due colpi di scena talmente deflagranti da ribaltare completamente gli scenari e le consapevolezze acquisite.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.