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“Una vita come tante”: la dolorosa elegia della fragilità

“Una vita come tante”: la dolorosa elegia della fragilità
Written by Simone Baldi

Credits: © Sellerio

Cosa ci lega agli altri, in special modo agli amici più cari? La natura di un rapporto profondo è data dalla nostra capacità di metterci in gioco, di aprici e rivelare parti di noi di cui pensavamo di voler essere gli unici depositari. Eppure, quando le sofferenze sono troppo devastanti persino per noi stessi, l’unica risposta sembra essere tentare di dimenticare, di cacciare lontano l’origine delle nostre sofferenze, come se non fossero mai esistite, nel tentativo di ricostruirsi una nuova esistenza, perfetta e senza macchie. Ma non sempre i nostri desideri si tramutano in realtà, come in “Una vita come tante” (Hanya Yanagihara, Sellerio, 2016, 1091 pp, 22€).

Willelm, JB, Malcolm e Jude sono quattro amici poco più che ventenni che vivono a New York nella seconda metà del XX secolo, in cerca della loro dimensione lavorativa e esistenziale. Caratterialmente e ideologicamente diversi, hanno scelto ciascuno un campo di elezione peculiare: Malcolm è un ragazzo di colore, figlio di una coppia ricca e influente, facendo l’apprendista senza troppa convinzione in uno studio d’architettura sta sprecando in parte il suo enorme talento; JB, anch’egli di colore, è un artista, ben più determinato dell’amico a raggiungere la fama e la notorietà, cosa non facile, vista la sua predilezione per la pittura in un momento in cui questa viene relegata al rango più basso delle arti; Willelm è un cameriere che sta aspettando di sfondare come attore, tra piccole parti a teatro e provini per il cinema; Jude, infine, è un aspirante avvocato, brillante e spietato, con una passione per la matematica e un senso della logica superiore alla media. Ciascuno di loro, seppur a modo suo, cerca la consacrazione, tra rinunce e sacrifici, senza mai dimenticare, però, quel legame speciale che li lega fin dai loro quindici anni, quando si sono conosciuti a scuola e non si sono più lasciati. Ondivaghe e alternate, le loro dinamiche relazionali subiranno cambiamenti nel corso dei decenni della loro amicizia, mantenendo però sempre la costante dell’istrionica convinzione di superiorità di JB sugli amici e l’iperprotettivo senso di protezione di Willelm nei confronti di Jude, il più fragile del gruppo. Enigmatico, indecifrabile e schivo, per decenni Jude non ha mai fatto parola con nessuno, neppure con i suoi amici, di un passato tormentato e terribile, capace di segnarlo e perseguitarlo con i fantasmi di ricordi atroci e violenti. Ma cosa è successo davvero nella sua infanzia, specialmente in quelli trascorsi in monastero? Chi è davvero il misterioso Fratello Luke? E cosa ha fatto di tanto terribile il Dottor Traylor? Tutto ciò di cui gli altri sono a conoscenza è la perdita dei suoi genitori, il conseguente approdo in un orfanotrofio, i vari tentativi di affidamento, puntualmente respinti, e il terribile incidente che lo ha segnato per sempre, costringendolo ad una curiosa zoppia e all’impossibilità di un uso completo e corretto delle gambe. Ma le motivazioni del non essere riuscito a trovare una famiglia e del suo incidente, come peraltro la sua esistenza precedente all’orfanotrofio, rimangono una nebulosa indecifrabile. Un po’ per vergogna delle proprie azioni, un po’ per incapacità di affrontare i propri demoni, e con essi gli eventi che lo hanno dilaniato psicologicamente e fisicamente, Jude decide di ignorare le proprie sofferenze e, invece di affrontarle, le relega nell’angolo più desolato e introvabile della propria mente, nella speranza dell’oblio. Così, almeno apparentemente, per anni la normalità sembra ristabilita. Riesce persino a far carriera nell’ufficio del procuratore distrettuale, entrando a pieno titolo nel suo staff, e ad impressionare un eminente professore universitario di diritto, Arold, un uomo dolce, comprensivo e dallo spiccato senso paterno, rimasto segnato dalla morte del primo figlio, tanto da proporsi come padre adottivo per Jude e poi diventarlo. Ma, come sempre quando si ha a che fare con mostri subdoli e con questioni irrisolte, il suo passato traumatico torna costantemente a tormentarlo, a ricordargli chi era e cosa aveva fatto, con vivide e orribili immagini del ricordo: instancabile memento della sua incapacità e del suo essere connaturatamente sbagliato. Il primo ad accorgersi che qualcosa non va è Willelm che, poco più che ventenni, scorge sulle braccia dell’amico gli inequivocabili segni di tagli autoinflitti. Quanto siano gravi ed estesi, tuttavia, non riesce a scoprirlo, fino al primo, drammatico tentativo di suicidio di Jude, sempre con la stessa ritualità. L’unico che conosca esattamente la sua dipendenza per i tagli, compresi i suoi sotterfugi per nascondere lamette, disinfettante e garze in ogni bagno di ciascuna casa in cui si trovi, è Andy, medico e amico, il solo che abbia ricevuto il permesso di curare e vedere la reale mappa completa delle sue cicatrici. Tuttavia, neppure quella vicinanza, quasi un’intimità, riesce a far accettare i suoi consigli, che s’infrangono sull’indistruttibile muro di comportamenti autolesionisti e distruttivi. Ma quali sono le vere ragioni di tale coazione a ripetere? Cosa rappresentano i tagli e cosa vorrebbero esorcizzare? Nessuno lo sa e, col passare degli anni, le risposte restano invischiate nell’incapacità di Jude di esprimere, e di conseguenza curare, un vissuto atroce. I ragazzi crescono, diventano uomini, avviandosi verso la maturità, i loro rapporti cambiano, l’affetto sembra ancora immutato, ma le loro azioni condizionano in modo irreparabile le dinamiche del loro gruppo. Quando Jude sembrerà aver trovato l’amore le sue sofferenze appariranno lenite e dimenticate, fino al momento, tanto improvviso quanto inatteso, in cui la persona al suo fianco scoprirà il suo segreto, scoperchiando un vaso di Pandora senza capirne le effettive ragioni. La deflagrante violenza che ne scaturirà farà chiudere ancor di più il ragazzo in sé, spingendolo verso il bordo estremo dell’autolesionismo e il rifiuto di sé. Servirà l’amore di Willelm, accortosi dopo anni di protezione e affetto del vero legame che lo unisce a Jude, per salvarlo dall’autodistruzione. Ma anche un sentimento così potente e totalizzante potrebbe non bastare a controbilanciare quell’istinto ormai radicato ed estirpare abitudini più che consolidate. I tentativi di costruirsi una vita perfetta, al riparo dalle ombre e il fango del passato, sembrano incrinarsi di fronte a decenni di domande irresolute e a funambolici equilibrismi per far coesistere anime sempre più contrapposte e inconciliabili. Il fragile gioco di specchi di Jude rischierà di andare in pezzi una volta per tutte e con lui anche quell’articolato mondo costruito in anni di bugie e mezze verità. Avviati verso l’età matura, i quattro amici saranno costretti a compromessi e prese di posizione che spezzeranno gli ormai fragili equilibri di quello che, un tempo, era stato il loro gruppo, dovendo scegliere tra le proprie ambizioni personali, i rancori covati sotto la patina del tempo, l’impossibilità di tornare indietro per cancellare i propri errori e le proprie decisioni, e l’affetto verso chi ha condiviso la parte più importante delle loro vite.

Un commovente e abbacinante ritratto della società americana. Un romanzo mondo, dall’ampiezza enciclopedica non solo per la mole di pagine (ben 1091!) quanto anche per la sterminata gamma di temi trattati: la brama del successo e il suo doppio, la paura del fallimento, la tenacia, l’ambizione feroce, le rinunce, la violenza, i compromessi, le radici dell’attaccamento e del distacco, l’amicizia, l’amore, il senso ultimo e profondo della paternità, la non accettazione di sé, i persistenti sensi di colpa per le proprie azioni, il menefreghismo egocentrico e autoreferenziale, l’autodistruzione e le sue molteplici vie di realizzazione, l’autolesionismo e i sacrifici, per se stessi e gli altri. Tentare di spiegare, come del resto dare una panoramica esaustiva, le molteplici anime che attraversano e alimentano la storia, come i tanti, piccoli affluenti che si riversano in un fiume più grande, è un’utopia irrealizzabile, nemmeno da prendere in considerazione. L’unico omaggio ad un racconto così complesso, monumentale e toccante è il consiglio di accostarsi ad esso senza pregiudizi né resistenze concettuali di fronte al carico di violenza, sofferenza e atrocità in cui ci si ritrova invischiati. Se, a tratti, penserete di non riuscire ad uscirne, sentendovi sopraffatti da un dolore costante e continuativo, riproposto con crudele frequenza, come un unico, costante colpo al cuore, solo andare avanti potrà rendere giustizia a chi, ormai, è diventato un vostro compagno e amico, qualunque dei personaggi sia. Col protrarsi del romanzo si svelerà, un microscopico e doloroso passo alla volta, l’origine e la natura dei demoni di Jude, permettendoci di capire ciò che, in realtà, non avremmo bisogno di sapere: comprendere la sua sofferenza derivante dagli abusi subiti e tentare di esorcizzare insieme a lui, anche solo come muti spettatori, i suoi patimenti. Commovente e straziante fino alle lacrime, sono molti i passaggi in cui ci si ritrova con gli occhi all’improvviso umidi, altri inondati una lunga preparazione, ma questo non è un difetto, tutt’altro, è solo la riprova dell’umanità e della meravigliosa capacità di provare ancora empatia verso qualcun altro. Una dolorosa elegia, un tentativo di sottrarsi alla necessaria catarsi della propria esistenza: una complessa, sfaccettata, profonda e illuminante disamina della fragilità umana.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.