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“L’albero della vergogna”: l’incarnazione delle proprie colpe

“L’albero della vergogna”: l’incarnazione delle proprie colpe
Written by Simone Baldi

Credits: © Fazi Editore

In guerra vengono compiute azioni ignobili, contrarie al buon senso e al rispetto stesso per la vita, propria e altrui, giustificate con il ricorso alla necessità, al tentativo di non soccombere di fronte al nemico. Eppure, a volte, nella brutalità degli scontri, emerge un barlume di coscienza, che retroattivamente fa ripensare agli orrori commessi. Decidere di fare qualcosa per porvi rimedio o soprassedere di fronte a quegli scrupoli è una decisione personale, come ne “L’albero della vergogna” (Ramiro Pinilla, Fazi Editore, 2020, 279 pp, 18€).

A Gexto, un piccolo paesino dei Paesi Baschi, c’è un uomo che vive in una baracca fatiscente, fatta di poche, esili assi e un tetto provvisorio di lamiera, costruita accanto ad un fico. Giorno e notte, costui non si allontana mai, veglia sull’albero come un padre il proprio figlio. C’è chi lo chiama Ficodindia, chi Txominbedarra, dal nome del piccolo trifoglio arrivato dalla Germania che infesta la vegetazione locale, chi ancora l’Eremita. Ma chi è davvero quell’uomo?

Nel 1936 un gruppo di falangisti fedeli al dittatore Francisco Franco ha preso il controllo della cittadina, facendo eleggere un sindaco a loro leale e servendosi di delatori e spie per dare la caccia a comunisti e ribelli. La paura e il terrore serpeggiano tra i cittadini, soprattutto a causa delle misteriose “sparizioni” di uomini e ragazzi. La pietà sembra un sentimento alieno a chi, in preda ad un incontrollato fervore patriottico, ha deciso di eliminare i propri nemici in nome di una Nuova Spagna. Ma chi, in quei rastrellamenti e esecuzioni sommarie, perde la vita sono nient’altro che esseri umani come loro. Come giustificare, dunque, alle proprie coscienze, tali efferate azioni? A quanto pare, nessuno sembra preoccuparsene. Eppure, un giorno, accade qualcosa che cambierà la storia di Gexto per sempre: durante una retata vengono catturati un maestro di scuola repubblicano e suo figlio sedicenne, uccisi di fronte all’altro figlio di appena dieci anni. Lo sguardo muto del ragazzino si posa su ciascuno dei cinque componenti di quel battaglione in miniatura, ma fanno presa solo su Rogelio Cerón che, in quegli occhi, legge feroci propositi di vendetta contro di lui. Come ipnotizzato e stregato, il falangista si ritroverà a sentire su di sé il peso di un’accusa, il costante e inevitabile avvicinarsi della propria fine. É tuttavia costretto a conviverci, visto che uccidere un bambino non si può.

Tornando una notte sul luogo del duplice delitto, a cui anche lui ha partecipato, trova una tomba scavata di fresco e un ramo di una pianta, che lui strappa, per non far riconoscere il punto esatto dove, verosimilmente, sono stati sepolti padre e figlio. La scena si ripete per tre notti consecutive quando, inaspettatamente, giunge anche il bambino, che porta con sé un piccolo innaffiatoio. Senza profferire parola, lo depone ai piedi di Rogelio. In quel gesto, l’uomo coglie un patto silenzioso e implicito: prendersi cura di quella pianta, nel tentativo di rimandare i propositi di vendetta del piccolo. Le visite si ripetono ogni notte, costantemente. Con il passare dei giorni, anche grazie al delatore cittadino, venuto a dissotterrare i cadaveri sepolti in quella tomba per appropriarsi dei loro soldi, scopre che la pianta è un fico. Da quel momento Rogelio non abbandona più la pianta, iniziando a viverci accanto, dormendo su una sedia e sopravvivendo solo grazie al cibo che gli viene portato dalla moglie del sindaco. Col passare del tempo il bambino porta nuove talee, strappando quelle che non hanno attecchito e sostituendole con altre, sempre in silenzio. I giorni si tramutano in settimane, le settimane diventano mesi e i mesi si fanno anni. Ormai l’uomo è tutt’uno con la pianta. Il suo proposito, agli occhi dei suoi compagni d’armi, è incomprensibile, lo giudicano pazzo ad avere paura di un bambino e provano in ogni modo a farlo desistere dal suo intento. Rogelio, tuttavia, è sordo alle proposte di chi vorrebbe allontanarlo da quella pianta che, una volta cresciuta, lo libererà da quella prigionia autoinflitta. Eppure, dopo dodici anni, è sempre lì, a vivere accanto a quel fico. Perché? Come mai, una volta adempiuto al suo dovere, non se n’è andato? Qualcosa in lui è mutato, la voglia di rimandare la morte è diventata altro: l’espiazione del proprio senso di colpa. Sconcertati da tanta perseveranza, i suoi commilitoni arrivano persino a minacciarlo, avendo capito che quell’albero, per tutti, è il memento di un’azione ignobile, e la sua evidenza testimonia ciò che si è cercato di gettare nell’oblio. Ma cosa fare di fronte ad un uomo che ha deciso di immolare la propria vita a una causa più alta e meritoria?

Romanzo intimo e travagliato, “L’albero della vergogna” racconta uno spaccato (come molti altri ne sono esistiti) della guerra civile spagnola, in cui le azioni dei più forti e brutali hanno avuto la meglio sulle vite degli altri. Eppure, è proprio la deviazione dall’ottusa perpetrazione dei dogmi falangisti a scompaginare i loro piani, l’avvento di qualcosa a loro alieno e inspiegabile: il senso di colpa. L’indagine psicologica di Rogelio Cerón ce lo mostra in tutta la sua umanità durante i suoi continui soliloqui mentali, una confessione muta dei propri peccati da cui lui cerca di mondarsi, anche di fronte a chi non solo non lo capisce, ma cerca persino di ostacolarlo. All’apparente univocità dei suoi comportamenti si contrappone un tumultuoso dibattito interiore, costantemente in bilico tra perseguire la propria salvezza personale e servire una causa più giusta.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.