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“Il treno dei bambini”: la solidarietà è un collante sociale

“Il treno dei bambini”: la solidarietà è un collante sociale
Written by Simone Baldi

Credits: Einaudi Editore

In un mondo in cui le divisioni sembrano sempre più acuirsi e dove la ricchezza è un indicatore del valore intrinseco di una persona, bisognerebbe provare a fare un atto di solidarietà e dare, a chi ha meno, quello che possiamo, sia esso tempo o denaro. A chi definisca tale gesto come ‘idealista’ o ‘utopico’ basterebbe ricordare ciò che è già concretamente avvenuto in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale, raccontato nel dettaglio da “Il treno dei bambini” (Viola Ardone, Einaudi, 2019, 200 pp, 17,50€).

Amerigo Speranza ha quasi otto anni e vive a Napoli con sua madre Antonietta, una donna arcigna e caparbia, dai modi bruschi e per niente sdolcinati, non ha mai conosciuto suo padre, partito per quell’America da cui lui ha ereditato il proprio nome, e ha perso Luigi, suo fratello maggiore, per una malattia. Crescere nel 1946, nel dopoguerra della miseria e dei sotterfugi, tirando a campare e sperando di sfangare la giornata in qualche modo, è un equilibrio arduo, apparentemente inconciliabile con il suo essere bambino. Eppure Amerigo è brillante, intelligente, scafato, soprannominato Nobél per il fatto di sapere sempre qualcosa in più dei suoi coetanei. Ma, nonostante le trovate geniali che inventa insieme al suo amico Tommasino, la fame è una presenza costante nelle loro vite. E quindi, un giorno, viene a sapere da sua madre che passerà alcuni mesi in Alta Italia, accolto in una famiglia comunista che, insieme ad altre come quella, hanno deciso di prendersi cura di alcuni bambini del Sud, pe solidarietà, per fargli provare un po’ di sollievo e stringere un legame che, si spera, vada oltre a quello dalla carità. Sebbene con molti dubbi e pregiudizi, prima fra tutte la diceria di venire spediti in Russia, dove i comunisti mangiano i bambini, Amerigo, insieme a Tommasino, Mariuccia e altri suoi compaesani, risalgono l’Italia in treno, soprannominato, appunto, “il treno dei bambini”. Insieme a loro viaggiano speranze, ansie, paure, solitudini e fantasie per un futuro incerto ma da affrontare con positività e coraggio. Una volta arrivati a Bologna, vengono portati a Modena, dove ciascuno si vede assegnato ad una famiglia. Amerigo è l’unico a rimanere senza qualcuno che lo prenda con sé, tanto da fargli provare il timore di venire rispedito immediatamente a casa, senza nemmeno scoprire cosa lo aspetti. Grazie all’intercessione di Maddalena Criscuolo, sua compaesana e responsabile di quel progetto, lui va a casa di Derna, una donna sola e senza figli, inadatta e inconsapevole (per sua stessa ammissione) a fare da madre. La fortuna vuole, però, lei abbia tre nipoti, di cui il mezzano quasi suo coetaneo. Il giorno dopo vanno a trovarli e così Amerigo conosce Rosa, la sorella di Derna, e Alcide Benvenuti, suo marito, e i loro figli Rivo, Luzio e Nario, di dieci, sette e un anno. I loro genitori sono persone educate e amorevoli, che accolgono Amerigo come se fosse figlio loro e lo trattano sempre con molto tatto e rispetto, cercando di metterlo a suo agio, per non fargli vivere il trauma del distacco da sua madre e dalla lontananza da casa. In quei mesi il bambino osserverà e scoprirà un mondo fatto di condivisione, dolcezza e ordine, esattamente agli antipodi di quello in cui è cresciuto, dove si guadagnerà il rispetto dei compagni di classe e anche quello di Luzio, all’inizio scontroso e diffidente, sicuramente geloso di quell’estraneo che si è intrufolato nella loro famiglia. Sono mesi belli e gioiosi, ma dal retrogusto agrodolce, come se, nella felicità per quel benessere mai posseduto, ci si dovesse sentire in colpa per quell’opportunità. Per il suo ottavo compleanno, festeggiato lì e non a casa sua, Alcide gli regala un violino, fatto appositamente per lui, per incentivarne il talento e le aspirazioni. Sarà uno degli oggetti più preziosi che riporterà a Napoli alla fine di quella strana vacanza, l’anno successivo, come trofeo e memento della propria bravura. Sfortunatamente, una volta ritornato alla vecchia vita, quella bella parentesi modenese viene trasfigurata dalla solita miseria che lo attendeva da sempre, inesorabile. Accantonate le nuove abitudini, tra cui il violino, e soprattutto la scuola, comincerà ad andare a fare l’apprendista dal padre di Mariuccia, che nel frattempo aveva deciso di rimanere su a Modena dalla sua nuova famiglia, per portare a casa qualche soldo in più e dare una mano a sua madre. Sarà però la scoperta che proprio lei ha venduto il suo violino a segnare il punto di non ritorno, il tassello che farà pendere l’ago della sua bilancia interiore dalla parte di una decisione sofferta ma inevitabile: scappare e risalire clandestinamente su un treno, nella speranza di tornare dai Benvenuti. Sarà solo 47 anni dopo quando Amerigo, ormai cinquantaquattrenne, farà ritorno nella Napoli della sua infanzia che si scoprirà cosa ne è stato della sua fuga e della vita che ne è scaturita.

Spaccato sociale e momento di piena solidarietà e fratellanza, “Il treno dei bambini” racconta un fatto storico realmente accaduto, filtrato dagli occhi di un bambino, con le sue ingenuità, il suo timore di essere fuori posto, le sue paure derivate da pregiudizi falsi e inesatti, la sana e schietta felicità che deriva da un gesto, una parola o un pensiero tenero e amorevole. Molto ben riuscita la commistione linguistica tra l’italiano e il napoletano, tanto da non far sentire affatto a disagio il lettore, perché ogni termine o parola viene facilmente interpretata alla luce dei fatti, come se fosse un tassello imprescindibile della narrazione. Commoventi alcuni passaggi centrali del romanzo, in cui la tenerezza di Rosa contrasta apertamente con l’educazione rigorosa, quasi anaffettiva, a cui Amerigo era sempre stato abituato. Quando si accorgerà di essere ormai una persona divisa tra due affetti, capirà anche che scegliere una strada lo condurrà a un certo tipo di futuro, pregiudicandogli inevitabilmente l’altro. Come molti nella sua stessa situazione, dovrà solo cercare di conciliare i desideri con la realtà, la fantasia con la realtà, la nostalgia con il coraggio.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.