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“La nostra folle, furiosa città”: le contrastanti sfaccettature di una società multietnica

Guy Gunaratne, Fazi Editore
Written by Simone Baldi

Credits: Fazi Editore

Quanto è importante l’appoggio degli altri nel nostro percorso di crescita? Possono, gli amici, contribuire ad alleviare la nostra tormentata sfera interiore? In una società che sembra strutturata per contrapporre e dividere, piuttosto che amalgamare e far coesistere, l’importanza dei rapporti umani genuini è la chiave per provare a superare quelle ottuse differenze che altri sembrano voler imporre, incapaci come sono di annientarle. Intorno a questo si muove e si sviluppa “La nostra folle, furiosa città” (Guy Gunaratne, Fazi Editore, 2020, 284 pp, 18,50€).

Londra è una città folle ed esigente, dove coesistono e convivono contraddizioni quotidiane: bianchi e neri, religiosi e atei, lavoratori e disoccupati, indaffarati e apatici. Ciascuno ha la propria nicchia, il proprio spazio dove collocarsi, eppure c’è sempre qualcuno che si sente fuori posto e, come tale, si comporta. Ma che peso può avere, tutto ciò, per tre adolescenti che vorrebbero trascorrere le loro giornate in allegria, spensierati e dimentichi, almeno per quei brevi attimi di condivisione, degli obblighi opprimenti che li attendono? Selvon, Yusuf e Ardan sono tre facce della stessa medaglia, tre lati di un poliedro ancor più sfaccettato. Atletico e rigoroso il primo, sempre dietro ai suoi allenamenti di pugilato, le sue corse e le ragazze; coscienzioso e spaesato il secondo, figlio dell’imam del suo quartiere, da poco deceduto, costantemente in bilico tra i suoi obblighi religiosi e i suoi amici; schivo e timoroso il terzo, accompagnato da Max, il suo cane, passa il proprio tempo a comporre barre (cioè strofe) per dei rap che nessuno ascolterà mai. Che due di loro siano di colore e uno no sembra fare poca differenza, per loro. Non è certo il cromatismo della pelle a determinare differenze e somiglianze. D’altronde, anche il fatto Yusuf sia musulmano e gli altri due no, non è una motivazione capace di allontanarli. Così come Selvon sia quello smaliziato e figo, mentre gli altri due sono relegati alla banale normalità, è una motivazione capace di allontanarli. Chiusi ciascuno nella propria individualità, dove covano solitudini inesplicabili e dubbi inconfessabili, il loro ritrovarsi è un modo per sentirsi vivi e spensierati. Tuttavia, a mescolare quelle acque già torbide di per sé, ci pensa l’omicidio da parte di un uomo di colore di un soldato bianco. Che impatto avrà sulla vita dei tre ragazzi, sui loro coetanei e sui loro concittadini?

Tutto ha inizio al campetto dove i tre amici si sono ritrovati per andare a giocare a calcio. Durante la partita arrivano i due cugini di Yoos (così soprannominato Yusuf dai suoi amici) insieme a suo fratello Irfan, decisi a riportarlo alla moschea, ma prima di andarsene troveranno il modo di umiliare Ardan e provare ad attaccare briga, inutilmente, con Selvon. In quel momento il terzetto si separa e, mentre Yusuf cerca di vincere la propria reticenza di fronte alle decisioni prese dal suo imam per riparare ai fatti incresciosi di cui si è macchiato Irfan, gli altri due si ritrovano a bighellonare per la città. Sarà durante un giro in autobus che Selvon scoprirà, inaspettatamente, le doti musicali di Ardan, tanto da procurargli un’audizione presso un noto produttore cittadino. Anche se le azioni avvicinano i tre ragazzi, ciascuno di loro continua a cullare dentro di sé i propri timori. L’incompletezza è un senso perdurante, difficile da scacciare, e il bisogno di realizzazione è ostacolato da un ambiente che non regala niente a nessuno, men che mai a chi non è disposto a fare di tutto, persino (apparentemente) l’impossibile, per sfruttare e far fruttare al massimo il proprio talento. A fare da contraltare alle voci giovanili, sincopate, cantilenanti e rabbiose dei tre giovani ci sono Nelson, il padre di Selvon, infermo su una sedia a rotelle dopo un ictus, roso dai dubbi sul futuro di suo figlio e sulla società in cui ha deciso di farlo crescere e vivere, da immigrato, lasciandosi la vecchia vita alle spalle e scegliendo di fuggire dagli scontri razziali dei decenni passati, pur di garantirsi una possibilità per crescere la propria famiglia, e Caroline, la madre di Ardan, irlandese di Belfast, anche lei in fuga da una nazione in cui gli scontri tra i protestanti e i cattolici dell’IRA erano all’ordine del giorno, e di cui sua cugina è rimasta vittima. Sono considerazioni amare, sofferte, capaci di creare, nella donna, una scorza dura da scalfire e un atteggiamento ben poco materno e, nell’uomo, un’ansia strisciante per le possibili conseguenze negative di scelte sbagliate e prese di posizione scellerate. Sarà però ciò che accadrà dopo il rogo della moschea, cioè il doppio corteo di skinheads da una parte e fedeli musulmani dall’altra, ad accendere la miccia dell’odio sociale, fagocitando anche chi, inconsapevole dell’accaduto ed estraneo alle loro posizioni, si troverà trascinato suo malgrado negli scontri di piazza. Come una marea crescente e inarrestabile, il flusso di quel giorno segnerà le vite di tutti i nostri protagonisti, nel bene e nel male, lasciando cicatrici indelebili, impossibili da rimuovere.

Potente, graffiante, rabbioso e attuale, “La nostra folle, furiosa città” è uno spaccato della realtà metropolitana contemporanea. Londra è vissuta da un lato come un corpo unico, totalizzante, e dall’altro come una serie di quartieri in cui ognuno detiene le sue peculiarità, quasi con una vita propria. Ciò che colpisce è l’idea che per Selvon, Yusuf e Ardan il concetto di ‘casa’ sia ribaltato: non più le mura domestiche, dove ciascuno di loro ha (almeno) un motivo per sentirsi fuori posto, non realizzato, bensì l’esterno, il luogo dove può ritrovarsi con chi è simile a lui. L’unione, in questo caso, se non fa la forza, almeno ha il potere catartico di scacciare i propri demoni, relegandoli per un attimo in secondo piano. Osservare i successi dei propri amici li fa riflettere sulle loro debolezze, sull’amarezza dell’irrealizzabilità dei propri sogni e sul duro lavoro che devono ancora compiere. Ma sapere di avere qualcuno con cui alleviare questa solitudine pareggia, almeno temporaneamente, la propria bilancia interiore. Con uno stile e un linguaggio moderno, viene gettato uno sguardo sulle fasce marginali della società, quelle meno stilose e perfette: uno spaccato di vita senza abbellimenti o infiocchettamenti. Una critica alla società contemporanea, alle sue ipocrisie, ai suoi molti radicalismi che, nemmeno tanto nell’ombra, fioriscono e creano sempre più divisioni e spazi per ulteriori radicalismi.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.