Calcio

Nicolò Frustalupi, l’allenatore del centenario arancione

Nicolò Frustalupi, l'allenatore del centerario arancione
Written by Piero Pardini

Credits: Ph. Stefano Baccelli – Ufficio Stampa U.S. Pistoiese 1921

La famiglia Ferrari ha individuato, nella figura di Nicolò Frustalupi, l’allenatore che guiderà la compagine arancione nel campionato del centenario.
Nicolò, classe 1976, è alla sua prima esperienza in qualità di primo allenatore, ma, come secondo, vanta un’esperienza importante con club di serie A sia in campo nazionale che internazionale.
Non è certo una scommessa al buio, ma un professionista che, con un buon gruppo di giocatori, può, e tutta la città se lo auspica, regalare a tutto il popolo arancione un campionato ricco di soddisfazioni.
Nicolò è il figlio di Mario Frustalupi, tragicamente scomparso  nel 1990, uno dei giocatori tra i più amati, che fece parte della squadra, durante l’unico campionato che la Pistoiese giocò nella massima serie.
Lo abbiamo incontrato, presso la sede della società arancione, per conoscere qualcosa di più su questo riservato e motivato allenatore.

D. La famiglia è un luogo protetto dove spesso chi vive di calcio si rifugia, è così anche per te?
R. “La famiglia è tutto e anch’io ho questo legame profondo. Con la scomparsa di mio padre, trent’anni fa, lo è diventata ancor di più. Sono molto legato a mia madre e a mia sorella, quando ho un attimo di tempo, impegni professionali permettendo, corro subito da loro e ritrovo, immediatamente, quella serenità e quell’equilibrio che una professione come la nostra tende inevitabilmente a limitare. La famiglia è un luogo dove rifugiarsi, sicuramente il migliore, purtroppo il mio lavoro mi ha portato spesso lontano e questi momenti si sono inevitabilmente diradati. Con il mio ritorno a Pistoia mi riapproprio di una bellissima abitudine, e ne sono felice”.

D. Porti un cognome importante quanto ha pesato nella tua infanzia?
R. “Quando ho iniziato a giocare, inevitabilmente, ero il figlio di Mario Frustalupi. La sua presenza non ha mai condizionato la mia infanzia. Il calcio è uno sport meritocratico, forse in alcune occasioni puoi essere “attenzionato”, ma alla fine prevali tu come individuo con le tue caratteristiche. Se sei un buon giocatore lo devi dimostrare, chi arriva in cima alla vetta merita quel posto nessuno ti regala niente. Personalmente non ero un giocatore di livello e la vita lo ha dimostrato”.

D. La perdita di tuo padre in tenera età ha lasciato un vuoto incolmabile, cosa ti manca oggi di lui?
R. “Posso dirti tutto. Era un padre presente, giocavo spesso con lui e come tutti i padri era una guida, un faro, un punto di riferimento. Mi sarebbe piaciuto che potesse vedere cosa, nel mondo del calcio, sono riuscito a realizzare. Sarebbe stato indubbiamente un uomo con il quale confrontarsi. La sua esperienza e i suoi suggerimenti mi avrebbero sicuramente aiutato a crescere professionalmente oltrechè come uomo. La perdita di un genitore ti lascia un vuoto che non riuscirai mai a colmare, poi quando sei un bambino il mondo ti cade letteralmente addosso”.

D. Quando hai capito che il calcio sarebbe diventato parte integrante della tua vita?
R. “Il calcio è diventato da subito parte della mia vita, da piccolo sognavo di diventare un calciatore. Ho giocato in serie D dopo aver militato nelle giovanili della Pistoiese, poi ho capito che la carriera di giocatore non mi avrebbe regalato soddisfazioni, non ero un buon giocatore. Grazie all’allora presidente Luciano Bozzi ho iniziato a lavorare in seno alla società, avevo 23 anni, poi con l’arrivo di Mister Mazzarri è iniziato un nuovo percorso di vita, ma sempre nel mondo del calcio”.

D. Cosa fai quando sei fuori dalla professione: cerchi di dimenticare il calcio o lo cerchi comunque?
R. “Non lo abbandono mai totalmente, lo seguo anche se non mi riguarda in prima persona, ma talvolta mi capita di staccare, anche se i periodi non sono mai lunghi, immergendomi nelle realtà delle città nelle quali lavoro. Vivo la città con le sue bellezze, amo camminare nei centri storici, apprezzandola come un turista. Inoltre, coltivo quelle amicizie che “causa lavoro”, inevitabilmente, non riesco a vivere come vorrei”.

D. C’è un insegnamento che hai sempre onorato in ricordo di tuo padre?
R. “L’ho perso che ero ancora un bambino, ma ricordo sempre, calcisticamente parlando, un suo insegnamento: mi ripeteva sempre che un giocatore deve essere in grado di calciare con entrambi i piedi, io ero destro, diversamente sarei stato sempre un giocatore a metà. C’è un aspetto che cerco di mettere in pratica ogni giorno, ma mi è arrivato indirettamente. Tutte le persone che ho conosciuto mi hanno sempre detto che era una brava persona, corretta, buona. Credo che il miglior insegnamento, visto che non c’è stato tanto tempo per viverlo, sia quello di provare ad essere una brava persona, proprio com’era lui, sì credo sia questo il modo per ricordarlo al meglio”.

D. Walter Mazzarri: un professionista, un collega, un mentore, un amico, cos’è Walter per te e com’è il vostro rapporto?
R. “Walter è la persona che ha creduto in me, mi ha permesso di vivere di calcio ad alto livello. Seguendo lui sono approdato nella massima serie con la Reggina. Calcisticamente parlando mi ha insegnato tutto, poi c’è l’aspetto umano, collaboriamo da 20 anni è inevitabile che siamo amici e che abbiamo una grossa stima l’uno dell’altro. Walter è un grande professionista”.

D. Dalla Reggina, alla Sampdoria, poi Napoli, Milano, Watford e infine Torino, come hai vissuto il calcio in queste importanti e naturalmente diverse realtà?
R. “Con la Reggina, una società che aveva più di 20.000 abbonati, sono entrato, per la prima volta, nei più importanti campi di calcio del Paese, una realtà piccola dove si viveva di calcio sette giorni su sette. A Genova è stata una questione di cuore. Mamma è nata a là e io pure, mio padre capitano di quella squadra nella quale ha militato per vari anni, entrare a Marassi è stata un’emozione molto forte, poi la distanza da Pistoia era minima e appena ne avevo l’occasione tornavo tra i miei cari. A Napoli vi è stata la consacrazione con importanti risultati sportivi, inutile raccontare la passione e il calore della città: bisogna viverla. A Milano sono arrivato al termine del ciclo Moratti e l’ingresso della nuova proprietà, grandi aspettative da parte della tifoseria, siamo arrivati al quinto posto, un risultato che ai tifosi sembrava ancora lontano dai fasti del triplete, a Milano l’imperativo è vincere sempre.  Poi l’esperienza inglese, dove, a differenza dell’esperienza italiana, ho vissuto il calcio in un modo sconosciuto, almeno sino ad allora. La vita ha ritmi diversi, terminata la partita tutto finisce e non ci sono pressioni di alcun tipo: né dai media né dai tifosi. I giocatori e gli staff possono vivere la città, il tifoso si ricorda della squadra quando inizia l’incontro successivo. Di Watford ricordo con piacere i loro centri sportivi e i loro stadi pieni di famiglie: sotto questo punto di vista, hanno fatto un ottimo lavoro. A Torino si respira il confronto quotidiano contro la squadra più forte e blasonata del nostro campionato. Un confronto impari, ma che comunque sfocia in un impegno totale in occasioni del derby. Torino è granata, ma c’è la consapevolezza che sarà sempre un confronto con un’entità calcistica quasi perfetta. I derby nelle altre città hanno il risultato incerto, a Torino questa tendenza purtroppo non c’è”.

D. La esperienza maturata siano ad oggi verte principalmente sulla gestione di giocatori di alto livello, come potrà modularsi la tua esperienza nella gestione di un gruppo di giovani?
R. “Credo che in un gruppo non sia particolarmente diversa la gestione dei big o dei giovani. All’interno di uno spogliatoio sono definite delle regole e tutti devono rispettarle big e non. Con i giocatori di esperienza talvolta si incontrano difficoltà nel voler cambiare o semplicemente rimodulare il loro tipo di gioco. Ci sono big che sono entusiasti nel provare nuove soluzioni altri che le accettano con maggior difficoltà. I giovani sono pronti a farsi plasmare, vogliono crescere, vogliono misurarsi con nuove espressioni di gioco e nuove tattiche. Fondamentale però sarà la capacità di aiutarsi gli uni con gli altri. Indubbiamente, i risultati riducono o amplificano la veridicità di certe scelte, quando vinci va tutto bene, quando i risultati non arrivano tutto è messo in discussione”.

D. Pistoia come punto di partenza di percorso professionale oppure una scelta un po’ ardita?
R. “Sicuramente, un po’ di entrambi. Sentivo che era giunto il momento di provare a fare qualcosa di importante e per far questo dovevo necessariamente iniziare a “camminare” con le mie gambe, cercando di far tesoro dell’esperienza acquisita. Dall’altra come ogni cambiamento si è sempre mossi da quella sana incoscienza che ti permette di poter iniziare qualcosa di nuovo. Avevo bisogno di lasciare le certezze e iniziare un percorso di crescita. Felice che la famiglia Ferrari e il DS abbiano deciso di darmi questa opportunità.
Come nella mia natura, farò di tutto per esprimermi del mio meglio e a Pistoia l’impegno sarà totale”.

D. Come ha commentato Walter Mazzarri questa tua nuova esperienza a Pistoia?
R. “Sapeva che sentivo il bisogno di misurami con me stesso con un’esperienza da primo allenatore. Ha subito appoggiato il mio desiderio dicendomi che mi riteneva pronto per questo passo.”

D. Come immagini il gruppo che il Direttore Sportivo Dolci e la proprietà ti metteranno a disposizione, senza entrare nel merito dei nomi che sono certo rimarranno ancora un segreto.
R. “La mia Pistoiese la immagino come una squadra aggressiva, propensa ad imporre il gioco. Una squadra che giochi la palla con molta velocità. Questa la mia idea, ma dovremo avere la capacità di disporre più soluzioni tattiche in modo da non diventare una gruppo statico ma molto flessibile. Sarà poi, come sempre, il campo a dirci se stiamo percorrendo la strada giusta”.

D. Una grande amicizia ti lega a Valiani, attuale capitano arancione, questo vostro legame sarà un valore aggiunto o potrebbe rivelarsi un problema in occasioni di particolari scelte tecniche?
R. “Ti confermo la nostra amicizia, come ti confermo la nostra professionalità. Io sono qua per fare delle scelte per mettere in campo sempre il miglior gruppo per affrontare ogni singolo incontro. Francesco, non ho dubbi, è un valore aggiunto per questa squadra, e da professionista saprà accettare le decisioni del suo allenatore. Come sarà mio compito ascoltare non solo Francesco, ma tutti i ragazzi del gruppo per poter avere la miglior prestazione da ciascuno. Giovani e anziani lavoreranno esclusivamente per il bene della squadra”.

D. Hai un sogno nel cassetto?
R. “Sì, spero che questo periodo e tutte le restrizioni dovute al Covid-19 possano terminare presto, naturalmente garantendo la salute di tutti i cittadini. Poi che le persone possano ritornare a frequentare lo stadio, specialmente le famiglie, sarebbe importante per tutto il movimento poter avere l’abbraccio del proprio pubblico”.

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About the author

Piero Pardini

Da Maggio 2002, giornalista pubblicista.
Coautore del saggio "Gianni Clerici - Lo scrittore, il poeta il giornalista", Le Lettere (Firenze).
Dal 2015, Sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier).
Scrive di vino, enogastronomia, sport, tecnologie.
Dal 2016, direttore responsabile di "The Wolf Post", di cui è il fondatore.

Freelance journalist, since May 2002.
Co-author of the essay "Gianni Clerici - The writer, the poet the journalist", Le Lettere publisher.
Since 2015, Sommelier AIS (Italian Sommelier Association).
He writes about wine, sport and technologies.
Since 2016, founder and editor-in-chief of "The Wolf Post".