Letti per Voi

“Il montacarichi”: una soluzione non è sempre una via d’uscita

“Il montacarichi”: una soluzione non è sempre una via d’uscita
Written by Simone Baldi

Credits: Nero Rizzoli

Che valore ha la propria libertà? E che prezzo diamo alla felicità? A scapito di apparenze che sembrano poterci restituire una serenità perduta da tempo, il nostro agire rivela chi siamo fin nel profondo, scavando tra le nostre paure e aspettative. Ma è proprio quando tutto volge al peggio che trovare una risposta e il bandolo della matassa sarà il cardine su cui imperniare la svolta della nostra vita. E le apparenze non dovranno fuorviarci, né ingannarci di fronte alla terribile verità, che starà a noi capire se accettare o condannare, proprio come ne “Il montacarichi” (Frédéric Dard, Rizzoli, 2019, 139 pp, 17€).

In un piccolo ristorante parigino degli anni Sessanta sta cenando Albert Herbin. Pur essendo la sera di Natale, l’uomo è solo, nessuno a fargli compagnia. Sono sei anni che manca dal quartiere e oggi, per la prima volta, vi ha fatto ritorno, ritrovando così il carico dei suoi ricordi passati. Ad un tratto, tra gli altri avventori, scorge una donna bellissima, che gli ricorda terribilmente la sua ex compagna, Anna, insieme alla figlia. La fascinazione è istantanea e l’attrazione irresistibile. In modo del tutto inaspettato riesce ad attaccare bottone e fare la sua conoscenza, finendo poi al cinema insieme a loro. Complice anche la bambina che si è addormentata in sala, Albert ne approfitta per riaccompagnarle a casa, in cui viene invitato ad entrare come ricompensa per il suo aiuto. La donna, Madame Dravet, abita in uno stabile in cui si trova una legatoria che ha al suo interno un curioso mezzo per salire ai piani superiori: un montacarichi. Una volta messa a letto la piccola, i due si concedono un ultimo bicchiere e, una volta finito, la donna gli chiede un ultimo giro per la città mentre sua figlia dorme, giusto un ultimo afflato di libertà in compagnia di un uomo. Albert non potrebbe desiderare di meglio. Passeggiando ritrovano l’atmosfera natalizia, festosa e capace di scaldare il cuore, specialmente quello di chi si sente innamorato. I due camminano vicini, si stringono, non vogliono lasciarsi e, una volta rientrati nello stabile, si baciano nel montacarichi. Si dirigono nell’appartamento della donna, per concludere degnamente la serata, e lì fanno una orribile scoperta: riverso sul divano, come se stesse dormendo, giace un uomo, con la testa sfondata da un colpo di pistola. È Jérôme, il marito della donna. Ma cosa ci fa lì e, soprattutto, chi lo ha ucciso? Nei primi, concitati momenti di terrore e ansia, Albert cerca di riordinare le idee e trovare una soluzione razionale che possa spiegare l’accaduto alla polizia che, però, non vuol far chiamare a Madame Dravet che, incredula di fronte alla sua reticenza, non riesce a spiegarsi il suo comportamento. L’uomo, allora, è costretto a confessarle di essere uscito il giorno prima dal carcere di Marsiglia, dove ha scontato una pena di sei anni per aver ucciso la sua ex compagna. Collocarlo sulla scena di un delitto, per quanto lui ne sia estraneo, lo porrebbe immediatamente in cima alla lista dei sospettati. La donna lo rassicura, dicendo che non farà menzione della sua presenza, e lo lascia andar via. Prima di uscire, però, Albert non riesce a spiegarsi un particolare che manca nell’appartamento: un piccolo uccello che lui aveva messo sull’albero di Natale la prima volta che era entrato e che, adesso, non c’è più. Fermatosi fuori di casa, in un angolo buio e seminascosto, attende l’arrivo della polizia che però, col passare dei minuti, non si concretizza. Accade invece che dalla porta sia Madame Dravet ad uscire, insieme alla figlia. Sempre più incuriosito dal bizzarro comportamento della donna, decide di seguirla, fino ad una chiesa dove si sta celebrando la messa. Lì, nel clamore generale, la donna sviene e viene soccorsa da alcune persone. Albert non resiste alla tentazione di dare una mano e si ritrova, per la terza volta, in quell’appartamento ormai famigliare, in compagnia di Paul Ferrie, l’uomo che lo ha aiutato a riportarla a casa. Sconcertato, osserva l’assenza del cadavere di Jérôme dal divano. Dove potrà mai essere finito? Non può essersene andato da solo, assolutamente. Mentre è ancora assorto nelle sue elucubrazioni, i tre escono di casa, ma Madame Dravet e Ferrie se ne vanno insieme a bere qualcosa, tornando dopo diverse ore. Albert, nascosto sempre nell’ombra, sente la donna chiamare il marito, una volta entrata in casa, sebbene lui (e anche lei) sappia(no) che l’uomo è deceduto da tempo e, soprattutto, non si trovava più sul divano. Eppure, misteriosamente e magicamente, eccolo là, di nuovo disteso nella posizione di prima, ritrovato da sua moglie e il suo goffo accompagnatore. Da lì a poco la polizia giunge sulla scena del crimine. Albert deve nascondersi, non può farsi trovare, ne andrebbe della sua libertà. Decide quindi di chiudersi al piano di sopra e lì fa un’agghiacciante scoperta. Quando Madame Dravet lo troverà lì, come una preda in trappola, ogni cosa si chiarirà, rivelando tutta l’anima nera di una situazione inverosimile.

Noir perfetto, dal ritmo crescente e incalzante, angosciante e psicologico, in cui il lettore viene trasportato nelle disavventure (interiori ed esteriori) di un uomo che pensava di aver chiuso per sempre con un passato luttuoso e dove, invece, si ritrova a fare i conti, suo malgrado, con un’inaspettata piega degli eventi. Scritto nel 1961 non risente minimamente del passare del tempo, incarnando ancor oggi perfettamente le peculiarità del genere: mistero, violenza e ineluttabilità. Lo scorrere degli accadimenti e delle conseguenti decisioni segue un andamento entropico, in cui si sa bene che non ci potrà essere alcuna soluzione positiva, ma dove, in modo ipnotico, si viene condotti alla terribile conclusione attraverso una infernale serie di concatenazioni in cui, per evitare una deriva negativa, se ne crea un’altra ancor più distruttiva. Sebbene si sappia già che tutto andrà in rovina, non si riesce a staccarci dall’osservare la caduta e lo sfacelo. La consapevolezza, invece di essere un vantaggio, si mostra come un ingombrante e gravoso fardello, capace di indebolire le speranze di farla franca, fino all’ultimo, inappellabile vicolo cieco.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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