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“Un ragazzo d’oro”: le assenze sono bisogni irrinunciabili

“Un ragazzo d’oro”: le assenze sono bisogni irrinunciabili
Written by Simone Baldi

Credits: Minimum Fax

Quanto sono importanti le nostre sensazioni e che peso hanno le mancanze nella nostra quotidianità? Essere equilibrati e parte integrante della società è una casualità oppure basta lavorare su se stessi per ottenere ciò a cui aspiriamo? È difficile mettere insieme tutti i tasselli di quel puzzle che chiamiamo ‘esistenza’, soprattutto per chi è gravato da un handicap involontario e irresolubile. Tuttavia, anche chi non è come tutti gli altri non dev’essere giudicato per la sua apparenza, ma dev’essere incoraggiato per ciò che riesce a fare della propria vita, come in “Un ragazzo d’oro” (Eli Gottlieb, Minimum Fax, 2018, 274 pp, 17,50€).

Todd Aaron è un uomo buono e mite, sempre gentile con gli altri e beneducato, conduce una vita monotona ma rilassante, svolgendo i propri compiti e assumendo le proprie medicine, al Payton Living Center, dove è stato portato da sua madre appena undicenne. Benchè siano passati quarantun anni, diversi aspetti della sua vita sono rimasti immutati. Contrariamente al suo aspetto di uomo maturo Todd è, per molti versi, ancora un bambinone. Ma lui, di preciso, cos’ha? Secondo il Signor C (ovvero internet, come lo chiama lui) e il Signor B (ovvero l’Enciclopedia Britannica, la sua lettura preferita, lasciatagli da sua madre), è affetto da autismo o disturbo nello spettro autistico. A guardarlo, effettivamente, parrebbe un uomo ordinario, senza alcuna difformità con i suoi coetanei, eppure a distinguerlo è l’incapacità di assimilare concetti complessi, capire esattamente la propria condizione, elaborare una conversazione approfondita ed esprimere la natura delle proprie emozioni e delle proprie paure. Sono ormai quattro decenni che vive in quella piccola comunità, integrato in un meccanismo che tende a privarlo degli affanni dell’esistenza quotidiana delle altre persone, al prezzo di limitare alcune sue libertà, dove ormai tutti gli vogliono bene, hanno imparato a conoscerlo e a fidarsi di lui. E lui, seppur con fatica, di loro. A rompere la routine quotidiana fatta di lavoretti, colloqui con gli psicologi, brevi interazioni con altri residenti nella stessa condizione, sono le rare telefonate di suo fratello Nate, che vive a New York, dall’altra parte degli Stati Uniti. È nelle immediate vicinanze temporali di questi incontri telefonici che Todd ripensa alla sua infanzia, a quando erano ancora una famiglia, insieme ai loro genitori, e al comportamento che osservava intorno a lui. Sebbene chieda con insistenza di tornare a casa, suo fratello glielo nega, adducendo come motivazione la sua condizione. Le mancanze, nella vita di Todd, sono assenze profonde, echi continui di un desiderio irrealizzato e, suo malgrado, irrealizzabile. Non è tanto l’essere come tutti gli altri il suo più grande desiderio perché, nella sua condizione patologica, gli è estraneo il concetto stesso di normalità. Lui ripensa al suo passato e, invece di una riflessione strutturata, affronta immagini del ricordo e ne trae conforto o disagio. È per questo che accetta passivamente d prendere dei medicinali che, per sua stessa ammissione, lo rendono intontito e lo fanno vivere come sotto una cappa ovattata: la tranquillità è preferibile all’instabilità. Ma è proprio lì, in quel posto che dovrebbe proteggerlo e preservarlo, che avvengono due eventi che cambieranno il suo presente per sempre: l’arrivo di Mike Hinton, un nuovo operatore spavaldo e spaccone, che Todd associa dolorosamente a suo padre e al terrore che sapeva incutergli e che adesso sente sprigionarsi da quell’estraneo, e di Martine, un’altra residente, più brillante della media ma con la spiccata tendenza ad infrangere e regole. È lei, con la fascinazione che farà nascere in Todd, a spingerlo a smettere di prendere le sue medicine, valicando una linea che mai prima d’ora era stata attraversata e che, proprio per questo, nessuno sa a cosa condurrà. Non è un caso che, proprio in quel momento, nasca in Todd il bisogno irrefrenabile di tornare a casa, concretizzatosi prima nell’acquisto di una cartina stradale, in cui viene maniacalmente segnata la via giusta da seguire, e poi in un goffo tentativo di fuga. Ma sarà questo gesto di pseudo-ribellione, che invece manifesta un bisogno profondo e incolmabile, a spingere Nate a riconsiderare gli effetti della loro lontananza e a cercare un compromesso per ridurla, anche solo temporaneamente.

Scritto in una prima persona semplice ma coinvolgente, “Un ragazzo d’oro” è il racconto-confessione di una vita come tante che, però, viene sottovalutata e lasciata ai margini da una società che privilegia la “normalità” a discapito della diversità. Con uno sguardo senza pietismi e facili emozioni Gottlieb ci conduce nella mente di un autistico che, è bene ribadirlo, non ha niente di sbagliato o anormale. La sua gioia per i piccoli aspetti della vita o per un momento particolarmente appagante, sono quelle che tutti noi proviamo, e il suo dolore per la perdita della madre e degli affetti lontani sono i medesimi che ci attanagliano nei nostri sconforti più bui. Per cui, invece dei frettolosi giudizi sul ‘diverso’ o il ‘patologico’, servirebbe una riflessione più onnicomprensiva, un’aggiunta di sensibilità ad un meccanismo, quello della nostra routine quotidiana, che ci porta ad etichettare e bollare ogni cosa con un nome irrevocabile e, molto spesso, superficiale. Toccanti molti passaggi, per la loro intensità e per la capacità di mostrare l’intrinseco valore di un desiderio, generato da un’assenza: quella degli affetti. Che si tratti di sua madre, di suo fratello, della sua vecchia casa, per Todd è ciò che lo ha fatto felice, che lo ha fatto sentire radicato in un contesto famigliare, a mancargli, a renderlo malinconico e triste, sebbene lui non sappia dirlo con chiarezza. I bisogni appartengono a tutti, universalmente, a prescindere da qualsiasi elemento, interiore o esteriore che sia. Niente deve farci pensare il contrario o spingerci a ledere i diritti di qualcuno solo per la sua minore capacità di affermarli. E questa storia ce lo dimostra, in tutta la sua sensibile essenzialità, con la sua capacità di illuminare i minuscoli particolari che ogni giorno ignoriamo per fretta e superficialità, e di renderci partecipi di sofferenza e dolore di un essere umano come noi.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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