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“Dolcissima abitudine”: l’amore è una vocazione

“Dolcissima abitudine”: l’amore è una vocazione
Written by Simone Baldi

Credits: Guanda Editore

Nella vita le nostre scelte ci conducono attraverso i bivi esistenziali in cui siamo chiamati a scegliere. Non esistono risposte giuste o sbagliate in senso assoluto. L’unico nostro obbligo è farci carico di ciò che abbiamo deciso essere la nostra strada: vocazione per alcuni, costrizione per altri. Eppure, anche nei vincoli si può trovare uno spazio per la propria soddisfazione, per l’ambizione personale e, non ultima, per la propria realizzazione. Ma per farlo dobbiamo mettere in conto delle rinunce, piccole o grandi che siano. E tutti, anche chi, in apparenza, pensa di esservi immune, dobbiamo sottostare a questa ferrea legge, come ben vediamo in “Dolcissima abitudine” (Alberto Schiavone, Guanda, 2019, 252 pp, 17€).

Rosa conosce gli uomini, ha imparato le loro debolezze, i loro gusti e le loro preferenze. Ognuno è fatto a modo suo e lei, a modo suo, sa renderli tutti speciali, unici. Forse è proprio per questo che loro tornano da lei, la cercano, la desiderano e la vogliono. Ma lei non è di nessuno, è di se stessa e di nessun altro. Con gli uomini è una questione professionale, non un fatto privato: lavoro, non amore. Sì, perché Rosa, che poi all’anagrafe si chiamerebbe Piera Cavallero, è una prostituita. Lo è stata fin da quando, sedicenne, spiava la madre fare lo stesso da un buco nel muro che dava sulla sua camera da letto. È un lascito generazionale, un retaggio da tramandare, come era avvenuto da sua nonna fino a lei: ereditarietà femminile. Non è stata una vocazione, non subito almeno, ma una costrizione forzata, un bisogno famigliare per mantenersi e sopravvivere. Ma allora perché a lei era toccato quel destino, mentre ad Angelica, sua sorella minore, era stata data la possibilità di studiare? Incongruenze del sangue: una analfabeta, l’altra studiosa. Ma Rosa ha fatto di necessità virtù, trasformandosi da puttana improvvisata ad artista. Perché tutti sembrano volerla, e le sue mani, la sua bocca, il suo seno e il suo culo sembrano, a detta degli uomini che tornano e non sanno più stare senza di lei, irresistibili e magnetici. Tanta la soddisfazione data e molte le voglie appagate, eppure, nella vita di Rosa manca qualcosa. Non una famiglia, quella lei non l’avrebbe voluta né si sarebbe sentita all’altezza di una struttura sociale borghese e istituzionale, lei così anticonformista e indipendente. Ma un figlio sì. Non in figlio qualunque però, il suo, quello che ha avuto in giovane età, in segreto, e subito dato via ad una coppia come se non fosse suo. Negli anni il ricordo di lui cresce di pari passo con il frutto dei suoi lombi. L’assenza è un fatto concreto, un dolore sordo e intermittente. Vorrebbe ritrovarlo, avvicinarsi e rientrare nella vita di quel ragazzo che ora, divenuto uomo, potrebbe forse capire le motivazioni del suo allontanamento e della sua distanza. Ma c’è sempre un pudore latente, non una vergogna per il proprio lavoro e la propria condizione, perché essere una prostituita non è un disonore e a definirsi puttana è lei in primis. Mai farsi sminuire dalle parole degli estranei e dagli sguardi altrui, la dignità della propria auto realizzazione, per quanto disdicevole per la società, è un vanto di cui andare fieri. Ma nella Torino delle apparenze cortesi, a cui fanno da specchio i rancori privati e le dicerie dietro le spalle, mostrarsi non equivale ad essere. Su quel palcoscenico Rosa recita un ruolo da primadonna, celebrità incontrastata ed emancipata anzitempo, padrona del proprio destino e, per questo, incapace di lasciare che le ipotesi su ciò che avrebbe potuto essere e poi non è stato (la maternità) le scivolino addosso come gli uomini che si porta a letto. I dubbi, si sa, rodono dentro e il loro lavorio lento dà risultati dopo molto tempo, anche a distanza di anni. Scegliere quale strada seguire, se la vanità personale o la riconciliazione famigliare, sarà un percorso in cui, inevitabilmente, Rosa dovrà rinunciare a qualcosa, privandosi di un pezzo di libertà individuale, perché avere tutto proprio non si può, come la vita, a volte crudelmente, insegna.

Romanzo delicato e schietto al tempo stesso, in cui la voglia della narrazione e quella della realtà si fondono, dando vita ad un percorso in cui il lettore viene accompagnato e a cui viene mostrato, prima come faceva Rosa, attraverso un foro nel velo che separa il pubblico dal privato, ciò che si cela nell’animo di chi, all’apparenza, si presenta sempre come refrattaria e inattaccabile ai sentimentalismi e le facili emozioni. Ma è proprio vero che il tempo non ha scalfito una corazza così impenetrabile? Se l’ego è un costante accentratore, oltre che un subdolo manipolatore, per uscire dal personaggio che Rosa si è costruita, servono ben altri sforzi che quelli messi in atto per bloccare l’inevitabile deperire del suo corpo. In fondo, mentre osserviamo la sua vita, una domanda s’impone: può l’amore, declinato fisicamente, essere uno specchio che cela la sua parte più vera e personale, quella emotiva?

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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