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“Nella terra dei lupi”: la selvaggia durezza di un’esistenza ai margini

“Nella terra dei lupi”: la selvaggia durezza di un’esistenza ai margini
Written by Simone Baldi

Credits: Neri Pozza Editore

Cosa ci lega ad un determinato luogo? Quali sono le origini e le motivazioni delle nostre radici? Chi siamo lo dobbiamo anche al posto da cui proveniamo e dal vincolo che sentiamo con esso. Attrazione o repulsione sono due facce della stessa medaglia, così come proseguire o affrancarsi da un’eredità tramandata e non scelta. I pregiudizi, così come le aspirazioni, sono percorsi ardui da seguire, e oltre alla determinazione serve anche una buona dose di coraggio e fortuna, per non finire come i protagonisti de “Nella terra dei lupi” (Joe Wilkins, Neri Pozza, 2020, 304 pp, 18€).

Il Montana è una zona rurale, con ampi territori verdi e selvaggi, in cui crescono e vengono cacciati animali allo stato brado e dove, si dice, siano stati avvistati, di nuovo, anche i lupi; sono paesaggi dove foreste e fiumi sono screziati all’improvviso da montagne nude e impervie. Crescere in quei posti, soprattutto nelle piccole cittadine di provincia, significa sviluppare un forte senso d’appartenenza con la natura, sentirla quasi propria. Non per tutti è così, certo, ma latente l’attaccamento alla terra è nel loro dna. Lo sa bene il ventiquattrenne Wendell, che vive a Delphia nel trailer che era stato di sua madre, ormai defunta, e suo padre, scomparso sulle montagne da molti anni senza lasciare messaggio o traccia di sé, che lavora per il più ricco proprietario terriero dello stato. La sua vita, tuttavia, non è vissuta in solitaria, perché da un giorno all’altro ha dovuto iniziare a prendersi cura di Rowdy, il suo nipotino di sette anni, silenzioso e taciturno, per molti al limite dell’autismo. È un rapporto che non ha chiesto lui, ma quando l’assistente sociale glielo ha affidato, dopo l’arresto di sua cugina Lacy, la madre del piccolo, non ha avuto altra scelta. Costruire un rapporto con il bambino non è stato semplice, vista la poca attitudine di entrambi alle spiegazioni e ai gesti d’affetto, eppure, a modo loro, sono legati da un vincolo che sembra trascendere i legami affettivi.

Anche Gillian, insegnante di una piccola scuola di provincia, dalle spiccate inclinazioni per la cura degli altri e dal profondo senso della giustizia e della morale, sa che la vita da soli non è una passeggiata. Vedova di suo marito Kevin, ucciso da un bifolco con un colpo di fucile, sta crescendo sua figlia Maddy, un’adolescente intelligente e sveglia alle soglie della maturità. Non è un’esistenza soddisfacente, costellata di rimpianti e dolori sordi, che subdolamente strisciano e si ripresentano senza chiedere permesso. Quanto profonde siano le sue sofferenze lo denotano le sue reazioni di fronte alle ingiustizie a cui è costretta ad assistere quotidianamente a scuola, non ultima quella di Tavin, giovane problematico instradato dal patrigno Betts, un violento attaccabrighe, verso la ribellione alle autorità. Cercare di bilanciare e tenere separate le sfere private e lavorative si rivela un compito più duro del previsto, a volte impossibile da affrontare con lucidità.

E poi c’è Verl, solitario eremita nelle sperdute alture fuori Delphia, che ripensa al suo passato e ripercorre ciò che lo ha costretto ad abbandonare la sua vita precedente e trasferirsi lassù, in quel luogo selvaggio e inospitali, per cui sente un attaccamento endemico e da cui non riesce né vuole separarsi. Primo e più acceso rappresentante della Nuova Dispensazione, il movimento che si oppone alla requisizione e ridistribuzione delle terre da parte dello Stato, redige un diario in cui trasmette, prima a se stesso e poi al figlio, il suo pensiero: il suo testamento spirituale. Sono pagine in cui si delinea ciò che nella regione già in molti hanno pensato e seguito: la libera appropriazione degli spazi, la caccia a wapiti e antilocapre senza chiedere permesso né giustificazione, resistenza alle autorità e rifiuto delle regole civili.

Romanzo intenso, capace di suscitare una profonda fascinazione, poetico e violento al tempo stesso, profondamente calato nella realtà di cui parla, capace di delineare esattamente le personalità, i desideri, le contraddizioni e gli odi della provincia rurale. Ciò che sembra separato, queste disperate vite singole, alla fine si ritroveranno inevitabilmente unite da un filo inestricabile che, dipanato da una mano invisibile o da un caso che diventa necessità, finirà per farli collidere gli uni con gli altri. Tre vite, tre direttrici esistenziali, tre ordini morali e tre fantasmi del passato con cui fare i conti. Ciascuna storia è una voce nel complesso coro della narrazione che vede, presto o tardi, confluire tutte le loro singole e separate vicissitudini nell’alveo di un unico racconto: cinico e disincantato contraltare alla bellezza della natura. Tuttavia, questi incontri/scontri, genereranno la possibilità di fare i conti col proprio passato, chi tentando di affrancarsi da un’eredità ingombrante e opprimente (ma soprattutto indesiderata), chi esigendo vendetta per un’ingiustizia insensata. Commoventi e toccanti alcune scene in cui i dialoghi lasciano il posto a gesti chiarificatori e densi di emozione. Con un linguaggio ricco e uno sguardo affascinato dalla natura circostante, si viene catapultati in una realtà da cui è impossibile non rimanere, almeno per un attimo, affascinati. Eppure, come spesso accade, dietro l’apparenza si cela il lato oscuro delle cose: un’umanità figlia della povertà, l’attaccamento all’alcool, la mancanza di istruzione (con le sue conseguenti distorsioni) e il genetico perpetrarsi dei pregiudizi. Un western senza cavalli, deserti, saloon e duelli, ma venata dalle sue profonde tematiche: il senso della giustizia, l’attaccamento alla proprietà, i dilemmi morali e la natura a far da scenario ad ogni conflitto.

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About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.