Letti per Voi

“Kentuki”: la scelta esistenziale tra essere e avere

“Kentuki”: la scelta esistenziale tra essere e avere
Written by Simone Baldi

Credits: Edizioni Sur

I piccoli oggetti che acquistiamo per tenerci compagnia servono ad intrattenerci e rendere le nostre giornate più liete e spensierate, come anche i videogiochi. La differenza, tra le due opzioni, è scegliere coscientemente tra il possedere qualcosa e il fare in prima persona qualcosa. Sembra poco, ma può cambiare una vita intera, anzi due, come in “Kentuki” (Samanta Schweblin, Sur, 2019, 230 pp, 16,60€).

Avete presente i peluches che quasi ciascuno di noi ha (avuto) in casa propria? Bene, provate ad immaginare adesso che al loro interno ci sia una videocamera in grado di riprendervi e delle ruote con cui il piccolo animaletto può seguirvi e spostarsi insieme a voi. Questo è un kentuki, ovvero un peluche ibrido che abbia le sembianze di un animale, reale o fittizio (topo, gatto, coniglio, corvo, drago e altro ancora), ma dal cuore computerizzato. Quindi ogni padrone, dopo l’acquisto, può divertirsi a manovrare il proprio animaletto a proprio piacimento? Sbagliato! La loro particolarità sta proprio nell’essere guidati a distanza da qualcuno scelto in modo casuale e anonimo, che segue i propri desideri ma che non può comunicare (perché sono privi di microfono) col proprietario. Potrà sembrare una relazione strana e in effetti è così. Eppure, in tutto il mondo, la mania per questi piccoli esseri si sta diffondendo con estrema rapidità. L’unica scelta che viene lasciata ai singoli individui è se “avere” un kentuki o “essere” un kentuki. In altre parole se essere un padrone o una compagnia. Non è un quesito da poco, sia per il costo dei singoli peluches (molto alto in verità) sia per il tipo di relazione che si sceglie di instaurare con un’altra persona. Già, perché in realtà possedere un kentuki non dà diritto ad alcuna forma di controllo su di essi, visto che possono spostarsi (limitatamente) in modo autonomo. E così, impersonare un kentuki non dà alcuna possibilità di interazione o scambio con chi lo abbi “adottato”. Così, attraverso alcune storie di padroni o giocatori, osserviamo quali conseguenze e differenze esistano tra le loro condizioni. C’è Emilia, una signora peruviana che, da coniglietta, si ritrova a far compagnia ad Eva, che scopre essere una ragazza tedesca, per cui sviluppa in breve tempo un attaccamento quasi materno. Poi c’è Marvin, un ragazzino che sogna di essere un drago e che, una volta riuscitovi, finisce confinato in un negozio, finché la donna delle pulizie non lo “libera” permettendogli di esplorare il mondo circostante. Grigor, invece, cerca di sfruttare il business dei kentuki comprandone quanti più possibile e rivendendoli poi a singoli compratori, pubblicizzandoli non più come anonimi ma dichiarando la loro posizione geografica e la condizione sociale dei loro proprietari, in modo da sfruttare così la voglia di scelta di chi vuole impersonarsi nei piccoli avatar. Enzo è un padre separato che ha preso un kentuki dalle sembianze di un topo a Luca, suo figlio di sette anni, ma da cui il ragazzino sembra essere intimorito, e nei cui confronti, invece, lui sembra aver sviluppato un’empatia muta e dipendente. C’è anche Alma, col suo corvo che ha chiamato Colonnello Sanders (il vecchietto del KFC), che vive insieme ad un artista e che, dopo il divertimento iniziale, inizia a provare repulsione verso quel finto volatile. Sono storie singole ma che rappresentano egregiamente entrambi i lati della medaglia. Non esiste una posizione di superiorità, né una condizione di completo appagamento: i padroni sviluppano un’insofferenza per l’ingerenza nella loro privacy, ormai compromessa, mentre chi controlla un kentuki si sente impotente di fronte ad una realtà con cui non può comunicare né cambiare. Ciò che sembra partire come un gioco, un innocuo passatempo, rivela ben presto tutte le sue criticità, insieme ad inquietanti questioni di carattere morale.

Nel delineare una società come la nostra, se non proprio la nostra, “Kentuki” affronta indirettamente il problema filosofico-esistenziale della dicotomia essere/avere, con le sue implicazioni nella nostra quotidianità. Partendo dal gioco come passatempo per lenire l’insoddisfazione delle nostre vite, lentamente affiora la tematica del tipo di legame che si instaura con l’altra parte del peluches, a seconda che si abbia adottato o si sia stati comprati. L’anonimato che è garantito a chi manovra un kentuki ribalta la gerarchia del potere, sottraendo ai padroni la loro capacità di controllo, senza però dare a chi si ritrova a gestire gli animaletti a distanza la piena libertà di scelta e movimento. Entrambe le parti, quindi, si ritrovano a fare i conti con una frustrazione latente, capace però di esplodere in qualsiasi momento, rischiando così di porre fine al gioco. Esiste sempre, infatti, la possibilità di distruggere o disattivare un kentuki, ma si tratta di gesti estremi, dettati più dalla foga del momento che da un piano razionale, eppure, quando succede, chiunque attui quella scelta si sente inappropriato e, almeno in parte, in difetto.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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