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“Gli ultimi giorni di quiete”: l’impossibilità di metabolizzare il dolore

“Gli ultimi giorni di quiete”: l’impossibilità di metabolizzare il dolore
Written by Simone Baldi

Credits: Sellerio Editore

Ci sono eventi e accadimenti capaci di segnare vite intere. A partire da una singola esistenza il dolore si riverbera, come cerchi che progressivamente si allontanano dall’origine, a tutte quelle a lei correlate. Ciascuno deve trovare la sua strada, il proprio modo per elaborare un lutto incomunicabile e, purtroppo, impossibile da superare insieme ad altri. A ciò si somma la rabbia per l’inspiegabilità di una serie di coincidenze che, del tutto gratuitamente, potevano essere evitate. La sofferenza, muta compagna nascosta nelle pieghe della nostra apparente, normale quotidianità, riesplode in tutta la sua violenza, come una cicatrice non rimarginabile, capace di annullare lo spazio e il tempo, riportandoci indietro al momento che l’ha generata, cancellando gli sforzi fatti per recuperare una parvenza di normalità, proprio come in “Gli ultimi giorni di quiete” (Antonio Manzini, Sellerio, 2020, 231pp, 14€).

Pasquale e Nora Camplone sono due sessantenni proprietari di una tabaccheria a Pescara. La loro è una vita come tante. O meglio, lo era. Un giorno Nora, di ritorno in treno da sua cugina ad Ancona, nota di fronte a lei un uomo dal volto famigliare. Non riesce a ricordare chi sia, né chi gli ricordi. Quando quei tratti acquistano una consistenza nella sua memoria, la donna rischia di avere un mancamento. Impossibile che quella figura sia chi lei pensa essere. Non è possibile. E, anche se fosse, non sarebbe giusto. Allora prova a seguirlo, scende in una stazione che non è la sua, gli va dietro ma, dopo breve tempo, perde le sue tracce. Sconvolta, torna a casa dal marito. Pasquale vede la moglie stranita e distante, prova a chiederle il motivo e quando lei glielo dice, anche per lui sembra aprirsi un baratro. Ma chi è quell’uomo che sembra aver sconvolto le loro vite? All’anagrafe è Paolo Dainese, ma questo, di per sé, dice poco. Più che chi sia, è importante cosa abbia fatto. Sì, perché Paolo Dainese, cinque anni prima aveva ucciso, durante una rapina nella loro tabaccheria, Corrado, il loro unico figlio di appena vent’anni. Come può essere già libero e aver scontato così velocemente la sua pena? I coniugi Camplone sono attoniti ed esterrefatti, distrutti da una notizia per cui non erano pronti e di cui ignoravano totalmente l’esistenza. Ma il caso è così, beffardo: prima fa incrociare un ragazzo col proprio omicida in un posto in cui il giovane non andava mai stabilmente, e poi, altrettanto casualmente, fa incontrare sua madre sempre con l’omicida. Apparentemente è un colpo troppo duro da superare: la ferita troppo fresca e la cicatrice troppo profonda. Per i due, che avevano ricostruito faticosamente una parvenza di normalità, si tratta di riaprire un capitolo mai sopito del loro dolore personale che non erano riusciti ad elaborare insieme. E così, altrettanto individualmente, proveranno a trovare una soluzione per quel rancore che si è risvegliato sotto le ceneri della quotidianità. Pasquale contatterà Umberto, suo amico fidato, e gli chiederà una pistola, per compiere un gesto disperato e definitivo. Ma per sparare ad un uomo serve sangue freddo, coraggio e non avere niente da perdere. Facile a dirsi, tremendo a farsi. Nora, invece, riesce a scoprire il nuovo domicilio di Dainese e decide di lasciare solo il marito per compiere, con lucida crudeltà, la propria vendetta. Una volta raggiunto Dainese lo aspetta, giorno dopo giorno, di fronte al suo lavoro, e rimane lì a fissarlo senza dire una parola. Non soddisfatta, compie lo stesso gesto nei confronti della nuova compagna di lui. In questo incomprensibile mutismo si nascondono i germi di una conseguenza che non tarderà a manifestarsi, un tarlo dal lavorio indefesso e paranoide. Inutili i tentativi di Pasquale di ottenere una qualsiasi spiegazione da Nora, né su dove si trovi né su cosa intenda fare. La coppia si allontana sempre più, disgregandosi sotto il peso di un dolore incomunicabile e impossibile da metabolizzare insieme: unica soluzione capace di avvicinarli e renderli, per un ultimo momento, un’unica entità, solidale e unita.

Romanzo dalla tremenda tensione emotiva, permeato da tinte fosche e paranoiche, che gravita sull’angoscia di chi ha subito un lutto e sulla sua incapacità di superarlo. Nessun giudizio sul fatto di esserne o meno capaci, quella è una questione privata, che spetta alle singole coscienze e che, purtroppo, è già successa molte altre volte in passato, in ogni paese del mondo, ma ne “Gli ultimi giorni di quiete” si osservano chiaramente alcuni degli effetti del non essere in grado di fare i conti con i propri demoni interiori. Con uno stile asciutto e diretto, che amplifica ancor di più il dolore interiore di Pasquale e Nora, le azioni sembrano condurre ad un’inevitabile finale di (auto)distruzione, alla ricerca di un gesto pacificatore, in grado di riportare, se non serenità, almeno equilibrio col proprio passato. Intorno al tema centrale della perdita di un figlio e del dolore imperituro ad essa legato, ruotano altre direttrici: la persistenza del lutto, il valore della colpa e il congruo riconoscimento della sua pena, l’importanza della comunicazione come unico antidoto al dolore personale e, non ultimo, ciò che si è disposti a fare per ottenere giustizia senza considerarla vendetta.

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About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.