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“Elegia americana”: il valore delle proprie radici

“Elegia americana”: il valore delle proprie radici
Written by Simone Baldi

Credits: Garzanti Editore

Nel nostro percorso di autorealizzazione non possiamo non tenere conto di chi siamo né da dove proveniamo. Il nostro retaggio e le nostre origini, oltre ad un punto di forza da cui partire, possono anche essere qualcosa da cui fuggire. E visto che la società non ha la compassione né il desiderio di concedere alibi a chiunque, per i suoi comportamenti, siamo noi stessi a dover trarre insegnamento e forza da ciò che ci contraddistingue come singoli e come classe sociale, proprio come in “Elegia Americana” (J. D. Vance, Garzanti, 2020, 256 pp, 14€).

La biografia romanzata di un uomo normale, un bianco della classe operaia come tanti, un hillbilly (cioè un buzzurro, un bifolco) che racconta senza paure nè condiscendenze le proprie vicissitudini e, nel farlo, ci fa comprendere meglio quale siano le condizioni socio-economiche di una gran parte degli Stati Uniti. J.D. ha avuto una famiglia un po’ particolare: cresciuto alternativamente con i nonni (i suoi veri punto di riferimento) e sua madre, tossicodipendente costantemente divisa tra droghe e una pletora interminabile di fidanzati senza soluzione di continuità. È proprio questa instabilità, sommata alle radici povere della sua famiglia, a costringere J. D., ancora pre-adolescente, a rinunciare a suo padre, uscito dalla sua vita all’improvviso, e a convivere con un compagno della madre dopo l’altro, insieme alla diffidenza e al distacco emotivo che loro portavano con sè. Accanto a lui sua sorella Lindsay, cinque anni più grande, i suoi zii, che dimostravano concretamente che un’esistenza meno autodistruttiva e violenta era possibile, e i suoi nonni, sboccati, alcolisti e maleducati, ma sempre dal gran cuore. Osserviamo la sua crescita e, con lei, gettiamo uno sguardo ai pregiudizi della classe bianca degli Appalachi, la catena montuosa ad est degli Stati Uniti, con la recrudescenza di contrasti sociali, rabbia repressa per un mancato benessere e lo scetticismo dilagante verso una classe politica inetta e cieca di fronte alla loro condizione. Ma, ed è questa la grandezza della sua narrazione, Vance ci mostra chiaramente come questi pregiudizi siano stati creati e fomentati continuamente dalle stesse persone che li utilizzano strumentalmente per criticare chi non si prende cura di loro. Manca, a loro dire, un assistenzialismo di base capace di supportarli, cosa del tutto inesatta, visto che sono proprio loro i primi beneficiari degli aiuti statali, di cui non sembrano essere mai abbastanza riconoscenti. Eppure, nella narrazione della sua realizzazione, costellata di sofferenza e inciampi, Vance ci parla con orgoglio sia dei difetti che dei pregi, tramandati dai nonni, di un vero hillbilly: difesa dell’onore della propria famiglia, testardaggine, caparbietà, parlata sboccata e una tenacia incrollabile. L’America, vista dagli occhi di uno che, dal nulla da cui proveniva, mette a nudo tutti i suoi pregiudizi e le sue debolezze, eppure, nonostante certi ambienti (come quello universitario) siamo ancora legati alle amicizie e alle conoscenze, si rivela essere anche una terra ricca di opportunità che, se sapute cogliere, possono far uscire chiunque dal pantano della propria ignoranza e condurlo verso un’esistenza ricca di soddisfazioni. Certo, il prezzo per la propria realizzazione è alto, e Vance è dovuto passare attraverso un’infanzia traumatica e dedita alla miseria (le cui cicatrici non lo abbandonano nemmeno in età adulta), alcuni anni nei Marines, una famiglia disfunzionale è una serie di delusioni che hanno dato la spinta alla sua voglia di rivalsa, al suo desiderio di dimostrare di essere migliore dell’idea pregiudizievole che altri nella sua stessa condizione avevamo di loro stessi. E poco importa se ha dovuto fare tre lavori per pagarsi gli studi, rinunciare a vedere sua madre (salvo poi tirarla fuori, a intervalli più o meno regolari, dal tunnel della droga), e fare enormi sacrifici. Tutto questo, unito ad una poderosa presa di coscienza di se stesso e dei propri difetti, ne hanno fatto l’uomo che è adesso, non perfetto, ma sicuramente realizzato e in grado di farci comprendere la condizione della popolazione bianca del ceto medio-basso, ovvero la fascia sociale più critica e disamorata nei confronti del proprio paese e di se stessa. Un’analisi lucida e spietata, cruda nel suo realismo, particolareggiata nel mostrarci anche le piccole pieghe di una società distante dai nostri canoni, ma con molti punti di contatto con il momento storico che stiamo vivendo.

Un biopic dai toni di un saggio di sociologia sulla classe media americana, sulla disillusione dei bianchi e sulle radici dei propri pregiudizi, così realistico e dettagliato da essere diventato un docufilm prodotto da Netflix. J. D. Vance, in un romanzo che mescola autobiografia, fatti storici, dati statistici sulla società contemporanea e caratteristiche geopolitiche delle regioni degli Appalachi, la catena montuosa che si estende trasversalmente nella parte orientale degli Stati Uniti, descrive con particolare attenzione e riferimento la popolazione dell’Ohio e del Kentucky, mostrando come le dinamiche e i pregiudizi siano endemici a più di una fascia sociale. Un inno alla forza personale, senza falsi pudori, pietismi o vergogna per la propria estrazione povera o le sventure famigliari che lo hanno contraddistinto. Il canto del cigno per chi, senza la volontà e la forza di cambiare la propria condizione ed estrazione, è destinato al miserando ed eterno ritorno dell’uguale del proprio sgangherato destino.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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