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“Il silenzio delle ragazze”: la guerra di Troia dalla prospettiva femminile delle schiave

“Il silenzio delle ragazze”: la guerra di Troia dalla prospettiva femminile delle schiave
Written by Simone Baldi

Credits: Einaudi Editore

Nelle immagini create da parole o idee comuni ciascuno ha una personale visione degli accadimenti. Quando, però, una nuova prospettiva fa capolino nelle granitiche certezze che la ripetizione ha creato, ecco che questa luce inaspettata illumina angoli e questioni rimaste nascoste e silenti. È sempre accaduto e sempre accadrà, ma se a venire messo in discussione è un caposaldo come l’Iliade, allora tutto appare ancor più interessante e pregno di significato, come ne “Il silenzio delle ragazze” (Pat Barker, Einaudi, 2019, 344 pp, 18,50€).

La letteratura e la cultura mondiale hanno conosciuto le gesta degli eroi dell’Iliade, greci e troiani, azioni e motivazioni che hanno dato vita ad uno dei conflitti più famosi di tutti i tempi. Eppure, in questo orizzonte, manca una voce, un punto di vista diverso capace di illuminare da un’altra prospettiva gli eventi, ciò che accadeva dietro le quinte degli scontri tra nemici e le faide interne allo schieramento acheo: quello femminile. A parlare è Briseide, non certo una donna qualsiasi: è una schiava, ma prima di esserlo è stata la principessa di Lirnesso, una delle città conquistate da Achille e, per questo, è stata fatta prigioniera e, a soli diciannove anni, è divenuta il suo trofeo, una sua proprietà. Adesso è insieme a lui e ai mirmidoni nel nono anno della guerra di Troia, e condivide con lui l’accampamento, il letto e i doveri impostegli: servire gli uomini, prendersi cura dei feriti e non far mai sentire la sua presenza. I suoi sentimenti e le sue emozioni non contano e, anche se fossero esprimibili, nessuno li prenderebbe in considerazione. Perché adesso è una schiava, di più, un oggetto, e il suo padrone, che potrebbe cambiare da un momento all’altro, può disporre di lei come meglio crede. In questa condizione di sofferenza perenne, di dolore muto e inespresso, l’unica consolazione è la solidarietà femminile, quella piccola e ristretta cerchia che le donne hanno saputo creare all’interno di un universo altresì maschile e maschilista. È un momento di condivisione dei timori, delle frustrazioni e, a volte, di brevi e insperati attimi di sollievo, visto che la felicità è altro. Eppure, da questo punto di contatto marginale con le azioni degli uomini, Briseide osserva i dissapori tra Achille e Agamennone, la fedele lealtà di Patroclo, la brutale mascolinità del loro agire e il disprezzo con cui si rivolgono a lei e alle altre donne. Nonostante non tutti gli achei siano uguali, lei non riesce a superare il muto rancore che prova nei loro confronti, finendo per cogliere solo le superficiali diversità tra uno e l’altro, senza possibilità di una reale e concreta giustificazione. In quei momenti così concitati, in una fase della guerra in cui i troiani sembrano poter prevalere, visto il rifiuto di Achille di combattere (anche a causa sua), Briseide vede scenari ambivalenti: da una parte veder trionfare i greci, diventando così la sposa del Pelide, dall’altra assistere alla vittoria dei troiani, che difficilmente però riaccoglierebbero tra loro, credendola una traditrice. Eppure, entrambe le possibilità sembrano evanescenti, impalpabili al cospetto delle proprie sofferenze, perché, da esterna agli eventi, vive invece la comunione con le preoccupazioni e le speranze delle altre schiave come lei che, ciascuna a modo suo, cerca di salvarsi la vita. Parallelamente al cieco e violento agire degli uomini affiorano le imprescindibili istanze femminili, del tutto ignorate e trascurate: l’imperituro perdurare del dolore, la denigrazione della loro condizione e l’invisibilità della loro personalità. Cose, non esseri umani, oggetti, non individui. E se, in uno scenario dominato dalla forza e dall’arguzia maschile, dove il lato femminile è segno di tratti femminei più che di una figura tout court, riaffermare l’istanza dell’esistenza delle donne e dei loro diritti è un punto di vista nuovo e fondamentale, da salvaguardare e riaffermare, capace di porle sullo stesso piano di quei bruti che, incapaci di considerare altro che non sia la loro futile e testarda guerra, si scordano troppo spesso di chi sta loro accanto e li accudisce in silenzio. Da questa prospettiva il senso della dignità dei greci, che affianca e corrobora la loro hybris (cioè la loro orgogliosa tracotanza), è un sentimento comune anche alle donne, che compiono stoicamente il loro triste destino senza ribellarsi, ma non per questo senza smettere di sentirsi e di essere degli esseri umani dotati di pari diritti e condizione.

Una storia vibrante e potente, capace di far rinascere immagini e sentimenti creati migliaia di anni fa e di renderli nuovamente attuali e contemporanei, stavolta sotto una nuova luce: quella della condizione della donna. Una narrazione che unisce la solitudine e la disperazione dei singoli al destino comune di aggressori e difensori, traditi e traditori, schiavi e re. Il tutto da una prospettiva nuova inesplorata e taciuta: quella delle schiave. Ma non di chi lo è per nascita, bensì di chi lo è diventata come bottino di guerra, con l’atroce dolore per la perdita (dei suoi cari e della sua vita passata) e l’incessante sofferenza per la sua nuova condizione di oggetto, di “cosa”. Un romanzo che mostra la violenza e la crudeltà della guerra anche lontano dal campo di battaglia, pur senza farci assistere direttamente agli scontri, solo con la potenza di un’allusione.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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