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“Pollock e Rothko”: l’immanenza gestuale e la trascendenza cromatica

“Pollock e Rothko”: l’immanenza gestuale e la trascendenza cromatica
Written by Simone Baldi

Credits: Einaudi Editore

L’arte ci affascina, ci coinvolge e ci regala sensazioni uniche, estraniandoci dalla realtà che ci circonda e proiettandoci in un mondo che, a volte, è solo nostro, figlio dell’emozione che le opere hanno generato in noi. Tuttavia, dietro ad un quadro ci sono esperienze, idee, stili, tecniche e messaggi: ciò che vediamo è lo specchio di ciò che va al di là di esso e, per coglierlo, conoscere l’autore può servire oppure può essere una zavorra che ci ancora a inutili preconcetti. Eppure la figura del genio porta un sé un’aura di fascinazione da cui è impossibile non essere attratti e intravedere, seppur per un attimo, la sua esistenza, tanto da rendere la nostra comprensione delle sue creazioni, ancor più meravigliosa, proprio come in “Pollock e Rothko: il gesto e il respiro” (Gregorio Botta, Einaudi, 2020, 188 pp, 15€).

Forse è difficile pensare a due stili e risultati più diversi e contrapposti dell’action painting di Pollock e l’astrattismo metafisico di Rohko. Eppure, se si pensa che entrambi sono stati i maggiori esponenti dell’avanguardia americana del del XX Secolo, nonché appartenenti allo stesso, ristretto gruppo di artisti, si possono cogliere dei parallelismi impossibili da notare confrontando le loro tele. Entrambi sono pervenuti, infatti, alla fama attraverso un percorso che contempla un’evoluzione dello stile e delle forme, per approdare all’abbandono del figurativo (per quanto criptico e vagamente comprensibile). La fama a cui Pollock e Rothko sono giunti ha fatto sì di far confluire, nell’immaginario collettivo, le loro caratteristiche principali: la plasticità del gesto del primo e l’immobile staticità del secondo. Ma cosa celano due stili e tecniche così differenti (e divergenti)? Partendo dal punto di vista caratteriale, saltano subito all’occhio la distanza che li separa: schivo e magnetico Pollock, indicato già fin dagli albori come la voce più intrigante e geniale della scena artistica americana, manierista e perfezionista Rothko, figlio di immigrati russi, bramoso di successo e, invece, dedito ad una vita all’ombra di artisti più famosi di lui. La strada della gloria è costellata di fallimenti e cambiamenti, di ripensamenti e cambiamenti di direzione. Le opere che noi vediamo, che ammiriamo, che ci emozionano o infastidiscono traggono spunto dal vissuto personale di ogni singolo artista che, non essendo una monade separata dal contesto in cui vive, decide di affacciarsi e provare ad imporsi alla ribalta pubblica per contrapposizione o esaltazione della propria unicità. Tuttavia, lo sappiamo bene, sono davvero pochi quelli che abbiano la genialità e le capacità per sviluppare una voce singolare e universale, capace di tracciare un solco da cui altri prenderanno spunto e con cui si confronteranno. Ma a noi, con l’uomo o la donna dietro la tela, con l’artista che ha creato l’opera, raramente riusciamo ad entrare in contatto. E cosa ci rimane, allora? Un quadro, una scultura, una performance. “Pollock e Rothko” apre uno spiraglio capace di farci intrufolare e osservare, discretamente e in silenzio, l’esistenza travagliata di due geni, due colossi della pittura e del pensiero che, per dedizione e volontà, sono stati capaci di elevarsi alle vette più alte dell’arte. Se la parabola di Pollock, per quanto segnata e guidata da mecenati, galleristi e opinionisti, si è consumata tra gli eccessi che l’alcool e la solitudine della sua prigione dorata nella sua casa in mezzo alla natura a Springs, piccolo borgo rurale di Long Island, velocemente e furiosamente, come una meteora incandescente, la lenta progressione di Rothko assomiglia più al progressivo e metodico percorso di costruzione di un progetto dettagliato e levigato in ogni sua minima parte. E a volte, come in questa, la costanza paga. Tuttavia, anche i demoni interiori hanno un posto privilegiato dietro le quinte della nostra vita, ed ecco così la dipendenza (e l’incapacità di sopportare) dall’alcool di Pollock, tanto da trasformarlo nella sua nemesi, violento e irascibile, nonché l’incapacità di scendere a compromessi di Rothko, in cui il suo ego ipertrofico si rivela in tutto il suo dogmatismo. Grazie a queste chiarificazioni biografiche, riusciamo a comprendere meglio la portata rivoluzionaria del dripping (cioè la tecnica di sgocciolamento su tela) pollockiana, con la sua forza visiva dirompente e ipnotica, che fa dell’abbandono di un centro focale e di un figurativo riconoscibile i suoi cardini principali, e anche la qualità delle stratificazioni delle figure basiche primigenie rothkiane che, nella loro monolitica contrapposizione, alludono ad universi metafisici. Ma se nei quadri di Pollock sembra di essere gettati in una tempesta, come una nave in mezzo ai marosi, nella placida calma di Rothko si cela, invece, un’allusione ad uno sconvolgimento interiore di non immediata fruizione. È solo grazie all’osservazione prolungata che il colore si ricongiunge con la sua essenza e, di sfumatura in sfumatura, acquista un suo statuto ontologico fondamentale, rappresentativo di un essere-in-sé. A dividerli, non è tanto il carattere, di per sé già contrapposto, e neppure la tecnica (l’immediatezza contrapposta alla stratificazione), quanto piuttosto un’impostazione ideologica: l’immanenza del gesto di Pollock e la trascendenza del colore di Rothko.

Un saggio agile e comprensibile, accessibile ai neofiti dell’arte tanto quanto agli appassionati. Sono tante le informazioni e le curiosità biografiche che Gregorio Botta ci propone, senza mai scadere nel pettegolezzo e nello scandalo, bensì per rendere più comprensibili le parabole esistenziali e artistiche di entrambi i pittori. Per chiunque voglia capire cosa ci sia “dietro” e “oltre” i quadri e la loro (in)accessibilità, ogni capitolo delinea sforzi, sacrifici, delusioni e mutazioni di Pollock e Rothko, rendendoli umani e difettosi, figli delle proprie idiosincrasie e ambizioni. La fama è un mostro capace di fagocitare, oltre a un altare su cui tentare di ergersi. Ciò che rimane di questa panoramica interiore ed esteriore sull’avanguardia americana del del XX Secolo, è il bisogno di due tipologie differenti ma non contrastanti: la leggerezza e la profondità. Italo Calvino avrebbe ritrovato due delle sue celebri Lezioni americane (la Leggerezza e la Rapidità) nello stile di Pollock, mentre i mistici sarebbero stati rapiti dalle forme e di colori di Rothko così estatici ed emotivamente deflagranti. Eppure, dietro ad entrambe le tecniche artistiche, si cela un mondo precluso agli occhi della massa. Lasciare aperto uno spiraglio, per poter osservare e comprendere, può servire a tornare a guardare le opere con occhi nuovi e coscienze migliorate, capaci di intravedere sfumature già presenti ma nascoste dietro la loro ovvia presenza.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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