Letti per Voi

“Lady Chevy”: l’oscura natura di un’anima nera

Written by Simone Baldi

Credits: NNEditore

La nostra formazione come individui può apparire come una corsa a ostacoli con vari gradi di difficoltà. Famiglia, provenienza, classe sociale e istruzione sembrano essere quattro cardini intorno cui imperniare tutto il nostro sviluppo. La nostra personalità, però, non è solo la diretta conseguenza di ciò che abbiamo appreso o da chi discendiamo, ma anche da come reagiamo agli imprevisti che la vita ci pone, come metabolizziamo ciò che ci è stato tramandato e quale scala di valori abbiamo deciso di adottare o di seguire, proprio come accade in “Lady Chevy” (John Woods, NNEditore, 2021, 371 pp, 18€).

La genetica, con Amy Wirkner (Virkner è la pronuncia corretta), non è stata per niente benevola: un fisico sproporzionato che, ad un seno piccolo, ha contrapposto una pancia prominente, gambe troppo grosse e un sedere da obesa. Ed è proprio dal suo fondoschiena che ha origine il soprannome con cui tutti l’apostrofano: “Chevy”, ovvero Chevrolet, come una voluminosa auto ingombrante. Già questo, sarebbe un fardello difficile da sopportare, ma quando cresci a Barnesville, piccola cittadina rurale dell’Ohio, giusto ai piedi delle colline, la mentalità non proprio progressista dei suoi abitanti ingigantisce ancor di più questi particolari, rendendoli veri e propri stigmi di diversità. Sicuramente, anche la sua famiglia non è di aiuto: un padre debole e arrendevole, chiuso nella propria incapacità, una madre assente, che ogni notte esce di casa per andare in cerca di uomini con cui appagare una solitudine impossibile da lenire, uno nonno (ex?) membro del Ku Klux Klan, temuto e rispettato da tutti, bianco nella pelle come nell’ideologia, uno zio reduce di guerra, prigioniero dei propri fantasmi e delle proprie teorie sulla razza bianca e il suo declino, che le ha insegnato tutto ciò che sa sulle armi e la loro inevitabilità (seppur per legittima difesa), e, in ultimo, suo fratellino di appena un anno, affetto da deformazione facciale e crisi epilettiche. Come se non bastasse, vive in una casa mobile su un terreno che è stato, da loro, affittato per poche centinaia di dollari al mese ad una ditta di fracking (cioè l’estrazione di gas mediante getti di liquido ad alta velocità nel sottosuolo), che ha reso la loro acqua maleodorante e imbevibile, oltre che l’aria irrespirabile e inquinata. Non proprio il ritratto di una campagna ideale e perfetta, tutt’altro. L’unica consolazione di Amy sono le sue due passioni: veterinaria, per cui sta studiando in vista del College e di un futuro lavoro, e Paul e Sadie, i suoi unici amici, che la conoscono e le sono accanto da sempre senza giudicarla per il suo aspetto. A pochi mesi dal diploma, una sera come le altre, a casa sua giunge Paul, che le chiede qualcosa di impossibile da attuare: aiutarlo nel sabotaggio di un deposito della Demont, la ditta che sta avvelenando la loro città. Nonostante il rifiuto iniziale, “Chevy” cede e accetta di accompagnarlo, ma solo come aiuto esterno. Quando, però, qualcosa nel piano del suo amico va storto, gli eventi finiscono per precipitare e si ritrovano ad essere inseguiti dal vigilante che sorvegliava l’area. L’unico modo per uscire da un vicolo cieco è quello di prendere una decisione radicale. Tuttavia, come spesso accade, le conseguenze delle nostre azioni non sono sempre come le avevamo progettate e Amy lo scoprirà a proprie spese. Una volta terminata la fuga, i due ragazzi concordano una versione dei fatti, nel tentativo di sviare da loro i possibili sospetti che avranno le forze dell’ordine. Ciò che non immaginano è che sulle loro tracce si metta Brett Hastings, enigmatico e filosofico poliziotto locale, appassionato di musica classica e della lingua tedesca, che, dietro la facciata del proprio ruolo, cova una serie di teorie antropologiche dubbiose e controverse, oltre a una concezione della giustizia tutta sua. Quando le loro traiettorie si incroceranno, ciascuno dovrà scegliere se far finta di essere chi non è o dare voce alla propria anima nascosta, di cui nessuno, nemmeno chi ne è proprietario, sa niente.

Un’opera prima che trasuda sofferenza e degrado, lo specchio di un’America in declino che ha barattato i propri sogni con l’utopia economica, sperando in un benessere al di là delle loro possibilità. Il ritmo narrativo, che trae forza dalla divisione di capitoli scritti alternativamente da Amy e da Hastings (in prima persona quelli di lei, in terza quelli di lui), ci fa osservare la differenza tra una fede incrollabile nei propri concetti e la destabilizzante presa di coscienza di sé. Amy, sotto la superficie di una ragazza studiosa e determinata a lasciare la sua città natale per il College, per la possibilità di diventare una veterinaria e costruirsi una vita nuova, cova una personalità individualista, cinica e brutale, di cui nessuno, (quasi) nemmeno lei, sa niente: una nemesi invisibile, menefreghista e letale. Dietro la facciata di una debole, imbranata solitaria, vediamo affiorare sempre più marcatamente i prodromi di una violenza covata e metabolizzata, esplosa poi in tutto il suo cinismo, in un processo entropicamente irreversibile. Disturbante e inquietante il cambiamento a cui assistiamo, tanto è profonda la sua natura. Ogni azione, anche la più innocente, e ogni sentimento, anche il più dolce, è costruito un una struttura invisibile di dolore, rabbia e sofferenza. Niente è mai totalmente positivo e disinteressato, perché c’è sempre un fondo residuale che contamina e avvelena, fisicamente e mentalmente. Una storia dai tratti marcati del noir, che il realismo delle vicende serve solo a rendere più cupo e concreto, che spinge a interrogarci su ciò che siamo disposti a sacrificare pur di raggiungere i nostri scopi. E, in questo, esiste il limite morale alle nostre azioni, oppure l’esistenza è solo un agire animalesco senza concetto di colpa né falsi moralismi, di cui dobbiamo prendere coscienza per liberarci, catarticamente, del persistente senso di colpa che ci attanaglia quotidianamente?

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About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.