Recensendo

The Help o il cibo per l’anima

Written by Veronica Lavenia

The Help di Kathryn Stockett, (Mondadori) è un romanzo di bianchi raccontato dal punto di vista dei neri. Una storia dove il soul food, il cibo dell’anima, è strumento di condivisione, nonostante diversi siano i ruoli e le culture dei vari protagonisti.

Uscito in sordina nel 2009, il romanzo ha goduto di maggior fortuna solo nella sua seconda edizione, pubblicata in concomitanza con la trasposizione cinematografica.

Si tratta di una delle rare occasioni in cui il film (per la regia di Tate Tyler) non delude, mantenendo le aspettative rispetto a un romanzo senza guizzi particolari ma molto piacevole da leggere per la scorrevolezza della scrittura e le tematiche che riconducono a eventi storici di triste memoria.

Negli Stati Uniti degli anni ’60, a Jackson, una cittadina del Mississippi, Eugenia “SkeeterPhelan (interpretata nel film da Emma Stone) al termine degli studi vuole diventare una giornalista-scrittrice.

Eugenia non è affatto carina e il suo soprannome è “zanzara” (“Skeeter”, appunto). La madre è preoccupata che non riesca a trovare marito. Dettagli che interessano poco l’anticonformista Eugenia che, sicura del fatto suo, nonostante le remore del direttore di giornale cui si è rivolta, decide di aprire una finestra su un argomento molto scottante per l’epoca: il mondo viziato e privilegiato dei bianchi raccontato dai neri.

Memore del rapporto complice avuto con la sua tata, Constantine, spera di raccogliere la testimonianza di Aibileen e Minny, che da sempre si prendono cura delle famiglie della zona. Riluttanti e spaventate prima ma affascinate, infine, dalla simpatia di “Skeeter”, le due donne raccontano, nei dettagli, episodi della loro vita domestica, gettando uno sguardo molto poco rassicurante sulle abitudini dei loro concittadini.

Skeeter, Aibileen e Minny lavorano a un progetto comune che, una volta portato a termine con l’uscita del romanzo, scuote la società razzista di Jackson, i cui rigidi confini sociali si scontrano con l’affetto, la solidarietà e l’amicizia nata fra le tre donne.

Nel romanzo,  il cibo accomuna tutti i protagonisti, indipendentemente dal colore della loro pelle. Minny e Celia, ad esempio, si dilettano nel preparare tantissimi piatti tipici del Sud degli Stati Uniti (dal Gumbo, al Cornbread, dall’Upside Down Pudding, fino al Grits e alla Peach Cobbler) dando vita a un vero e proprio libro di ricette.

Anche nel film, la cucina del Sud riveste un ruolo fondamentale. Per capire come si cucinasse negli anni ‘60, la stessa regista ha spiegato di aver lavorato insieme a tre chef: Martha Foose, food writer; Lee Ann Fleming, cuoca di Jackson, anch’essa food writer e Mary Hoover, altra cuoca della zona.

Il cibo è, inoltre, metafora dei personaggi e del loro stile di vita.

La giovane e anticonformista “Skeeter”, poco amante della cucina, si rifugia negli hamburger con patatine del ristorante locale.

Aibileen adora cucinare le “uova alla diavola”, riferimento ironico che rimanda alla sua capacità di creare confusione.

Hilly, migliore amica di “Skeeter” (fino a quando non scopre del libro e allora entra in totale disaccordo con “Skeeter. Hilly, infatti, è promotrice della divisione dei bagni pubblici tra bianchi e neri) ama la“Mississippi Mud Pie” di Minnie.

Celia, invece, preferisce le “Meringhe al Limone” che, in effetti, la rappresentano per la dolcezza e la grazia che nascondono, comunque, una forte personalità. Celia apprende da Minny a cucinare il “Pollo Fritto”, ricetta simbolo del romanzo.

Un romanzo di donne, forti, sincere, irriverenti.

Le due tate, in particolare, sono le vere protagoniste della storia. Aibileen, dolce e intelligente, è lei ad aprire il romanzo, narrando in prima persona la sua vita e dei diciassette bambini bianchi che è costretta  a lasciare dopo averli allevati perché, una volta cresciuti, la società dei bianchi li educa a trattare i neri come persone non meritevoli di rispetto.

Minny, scontrosa e insolente. La sua abitudine a non mandarle a dire le ha fatto perdere molti lavori, ma è il suo coraggio a proteggere le persone coinvolte nella storia.

Ed è proprio Aibileen ad aprire il romanzo che ha più di una voce narrante e di cui si riporta l’incipit.

Aibileen – Agosto 1962.

Mac Mobley è nata nel 1960, in agosto, una domenica mattina presto. Quelli che nascono la domenica mattina li chiamano bambini di chiesa. Io mi prendo cura dei bambini bianchi, è questo che faccio, e poi cucino e faccio le pulizie. Nella mia vita ne ho tirati su diciassette. So farli addormentare e smettere di piangere, e so farli andare di corpo prima ancora che la loro mamma scenda dal letto al mattino.

Ma una piccola che urla come Mac Mobley Leefolt non l’avevo mai vista. Il primo giorno che metto piede in quella casa, lei è lì, rossa come un peperone, che grida per il mal di pancia e spinge via il biberon come una rapa marcia. Miss Leefolt guarda spaventata sua figlia.  ”Ma che cosa sbaglio? Perché non riesco a farla smettere, questa qui?”

Questa qui? Capisco subito che qualcosa non va.

Allora prendo in braccio la piccolina tutta rossa e urlante, la faccio dondolare sul fianco per muovere l’aria, e nel giro di due minuti smette di piangere e comincia a sorridermi come sa fare lei. Miss Leefolt, invece, non la prende più in braccio per tutta la giornata. Ne ho viste tante di donne giù di corda dopo che hanno avuto un figlio. Io ho pensato che fosse proprio questo il problema.

C’è una cosa da dire su Miss Leefolt: non solo ha sempre la faccia arrabbiata, ma è anche magra come un chiodo. Ha le gambe così secche che sembra che le siano cresciute la settimana scorsa. A ventitré anni è smilza come un ragazzino di quattordici. Anche i capelli castani sono tanto sottili che ci vedi attraverso. Lei prova a cotonarli, ma sembrano ancora più fini. La faccia ha la stessa forma del diavolo rosso sulla scatola delle caramelle alla cannella, col mento a punto e tutto il resto. Il fatto è che il suo corpo è così pieno di spunzoni e spigoli che non mi stupisco che non riesca a far calmare sua figlia. Ai bambini piace il grasso, gli piace affondare la faccia nella tua ascella e addormentarsi. Gli piacciono pure le gambe belle grasse. Ah, lo so benissimo.

A un anno Mac Mobley mi seguiva dappertutto per casa. Al pomeriggio, quando stavo per andarmene, si trascinava sul pavimento piangendo aggrappata ai miei zoccoli Dr. Scholl’s per paura che io non tornassi mai più. Miss Leefolt mi guardava storto come se avessi fatto qualcosa di sbagliato e strappava via la bambina dai miei piedi. Io penso che questo è il rischio che corri quando fai crescere i tuoi figli da qualcun altro.

Mac Mobley adesso ha due anni. Ha gli occhi grandi, marroni, e riccioli colore del miele, però la chiazza spelacchiata dietro la testa guasta tutto. Quando qualcosa non va le viene la stessa ruga in mezzo alla fronte di sua mamma. Un po’ si assomigliano, perà Mac Mobley è molto grassa. Di certo non diventerà una reginetta di bellezza, e sono sicuro che questo secca molto a Miss Leefolt, ma per me Mac Mobley è la mia bambina speciale.

Io ho perso mio figlio, Treelore, proprio prima di andare in servizio da Miss Leefolt. Aveva ventiquattro anni, l’età più bella. È rimasto troppo poco in questo mondo.

Aveva un appartamentino là in Foley Street. Stava con una ragazza simpatica, si chiamava Frances, e io mi aspettavo che prima o poi si sposassero, ma lui andava coi piedi di piombo in queste cose. Non perché cercava di meglio, solo che era uno di quelli che ci pensano due volte. Portava dei grandi occhiali e leggeva tutto il tempo. Aveva anche cominciato a scrivere un libro tutto suo, su un uomo di colore che vive e lavora in Mississippi. Oddiosantissimo, com’ero orgogliosa di lui. Lavorava alla segheria Scanlon-Taylor. Quella sera era tardi, e trascinava assai verso il camion con le schegge che gli bucavano i guanti. Lui era troppo piccolo, troppo mingherlino per quel lavoro, ma aveva bisogno di lavorare. Era stanco. Pioveva. È scivolato dalla rampa di carico ed è finito giù per terra. Non ha fatto in tempo a muoversi che quello sul camion a rimorchio non l’ha visto e gli ha schiacciato i polmoni. Quando l’ho saputo io, era già morto.

Quello è stato il giorno in cui tutto il mio mondo è diventato nero. L’aria era nera, il sole era nero. Distesa nel letto guardavo i muri neri di casa mia. Minny veniva tutti i giorni per controllare che respirassi ancora. Mi portava anche da mangiare così non morivo. Poi dopo tre mesi ho messo il naso fuori dalla finestra, e il mondo era ancora lì. Che strano: non si era fermato solo perché l’aveva fatto mio figlio.

Cinque mesi dopo il funerale mi sono alzata dal letto. Ho messo la divisa bianca, la piccola croce d’oro intorno al collo e sono andata a servizio da Miss Leefolt, che aveva avuto da poco la bambina. Ma non ci ho messo molto a capire che ero cambiata. Era come se mi avessero piantato dentro un seme cattivo, e non mi sentivo più una che manda giù tutto.

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About the author

Veronica Lavenia

PhD (former University academic).
Italian based writer and magazine contributor.
Authors of six books (five cookbooks), some of her works have appeared in the most popular International food magazine, as "Vegetarian Living"; "Veggie Magazine"; "Lifestyle FOOD"; "Australian Good Food & Travel Guide; "Chickpea"; "Gluten free Heaven";" TML", among others.
EVOO Communicator.
Founder of #evoostories and #storiedievo at @veronicalavenia_