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“L’attentato”: l’oblio come rimedio da un passato traumatico

“L’attentato”: l’oblio come rimedio da un passato traumatico
Written by Simone Baldi

Credits: Neri Pozza

Esistono momenti da cui, mentre cresciamo, tentiamo di fuggire con tutte le nostre forze, come se non fossero mai esistiti, nella speranza ce il tempo metta a tacere sofferenze e cicatrici. Non si tratta di pavidità, quanto di ciò che siamo in grado di accettare, sopportare e metabolizzare. Quando però il tempo e le circostanze sembrano riportarci continuamente a quel bivio che ha segnato indelebilmente la nostra vita, l’unica scelta che possiamo fare è continuare a ignorare l’accaduto o provare ad affrontarne il ricordo, proprio come ne “L’attentato” (Harry Mulisch, Neri Pozza, 2021, 239 pp, 18€).

Nel gennaio del 1945 gran parte dell’Europa è libera grazie agli Alleati. Non così però è Haarlem, cittadina dei Paesi Bassi, dove ancora fascisti e polizia collaborazionista presidiano il territorio e impongono la loro legge. Una sera, poco prima delle otto, l’ora del coprifuoco, in una strada con sole quattro case dai nomi tranquilli e rilassanti (In Quiete, Bel Sito, Pace Silente e Dolce Sorpresa) si odono distintamente sei spari. Gli Steenwijk, una delle famiglie lì residenti, si affacciano alla finestra e vedono una bicicletta ribaltata a terra con accanto uomo riverso nella neve, quasi davanti alla casa dei loro vicini che, all’improvviso, escono, sollevano il cadavere e lo spostano di fronte alla loro porta. Il gesto, se da una parte è comprensibile, volendo evitare di essere ricondotti ad un omicidio che non si è commesso, dall’altra appare senza spiegazione, visto che la figura viene trasportata non alla casa di fronte, cioè la più vicina, ma a una di quelle laterali. Nel tentativo di riportare il cadavere nella sua posizione originaria, visto che il sangue sta macchiando e segnando la neve, Peter, il figlio maggiore diciassettenne degli Steenwijk, esce di casa e scopre che l’uomo ucciso è Fake Ploeg, un poliziotto del paese. Riesce solo a constatarne il decesso e a prendergli la pistola quando, con gran clamore, si sente arrivare un gruppo di tedeschi. Impaurito, il ragazzo scappa e i suoi genitori e suo fratello minore Anton, poco più che dodicenne, lo perdono di vista. I nazisti, una volta giunti sul posto e constatato l’accaduto, ritengono gli Steenwijk colpevoli e conducono via il bambino, separandolo dal padre e dalla madre, non prima di aver dato fuoco alla loro casa, che arde e si sgretola sotto gli occhi increduli della famiglia. Una volta al commissariato, Anton viene interrogato sull’accaduto e messo in una cella dal buio impenetrabile. Lì è detenuta anche una donna, che si rifiuta di dire il proprio nome e farsi riconoscere, ma che gli svela essere una comunista e di approvare l’omicidio. Ma come si può essere d’accordo con un atto che ha dato inizio a una catena di ritorsioni tanto violenta? È forse quello il prezzo da pagare per la libertà dai propri invasori? Il giorno dopo, Anton viene fatto uscire e mandato ad Amsterdam dagli zii. Il viaggio, tuttavia, non è privo di pericoli e, infatti, riesce a giungere a destinazione solo scampando miracolosamente a un attacco aereo degli Alleati. Da quel momento la sua vita prosegue cercando di dimenticare l’accaduto, simulando una normalità mai più ritrovata. La sua angoscia per l’incertezza riguardo la sorte dei propri genitori e di suo fratello avrà fine solo diverso settimane più tardi, quando gli verrà comunicato che sono stati uccisi dai nazisti come rappresaglia per l’omicidio di Ploeg. Gli anni passano e Anton si iscrive a medicina, per poi diventare anestesista e, a metà degli anni ’50, sposare Saskia, la sua prima moglie, e avere con lei la loro figlia Sandra. Qualche anno più tardi, ad una commemorazione funebre, durante un’accesa discussione tra suo suocero e un suo conoscente dalla visione politica diametralmente opposta, scopre per caso il vero autore dell’omicidio che ha cambiato per sempre la sua vita. In bilico tra desiderio di sapere finalmente quale sia stata la reale motivazione di quell’uccisione e voglia di seppellire quel passato luttuoso che sembra richiamarlo a sé e trattenerlo nella sua sofferenza, dovrà decidere se andare in cerca della verità o se, invece, accontentarsi del racconto che si era costruito in tutti quegli anni.

Romanzo psicologico, esistenziale e politico al tempo stesso, in cui si assiste alla crescita ma non allo sviluppo caratteriale di Anton, che accompagniamo, per singoli periodi, dai dodici fino ai quarantotto anni, e ai molti temi (lo sradicamento, la perdita della famiglia, il senso del passato come sviluppo del proprio futuro e la capacità di segmentare le proprie esperienze e i propri sentimenti in compartimenti stagni) che vengono a galla negli incontri che lui, di volta in volta, fa con persone che lo riportano indietro a quella sera maledetta. Ciò che colpisce è l’impassibilità con cui Anton riesce a condurre la propria vita e l’impermeabilità di fronte al dolore provato, quasi non fosse mai successo niente; la spiegazione di questa impassibilità è lui stesso a darcela quando, per sua stessa ammissione, dice che ciò a cui aspira è l’oblio (e non la comprensione). Il suo destino e quello del suo paese sembrano fondersi e procedere di pari passo: se da una parte il conflitto tra Resistenza e fascismo ha generato il suo essere orfano, dall’altro i contrasti tra anti-comunisti, socialisti e liberali ha marcato e caratterizzato la storia politica dei Paesi Bassi. Sarebbe logico che Anton prendesse posizione, ma lui sembra indifferente tanto verso i fascisti che hanno sterminato la sua famiglia, quanto verso i comunisti che, con quell’omicidio, hanno generato la rappresaglia nazista. Manca forse il pathos generato da una profonda empatia, ma l’assenza di coinvolgimento dell’Anton adulto sposta l’attenzione sui suoi processi mentali, più che sulle sue reazioni fisiche. Interessanti (anche se non del tutto comprensibili a chi non conosce bene la storia di quella nazione) le discussioni storico-politiche degli altri personaggi, che hanno però il pregio di farci meglio sondare la linea dei pensieri del protagonista, spingendolo a mettere in crisi la tua atarassia e costringendolo, sebbene controvoglia, presa di posizione riguardo il suo vissuto traumatico.

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About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.