Medicina

Covid-19 nella storia delle pandemie dell’uomo (Parte 1/2)

Written by Angela Vivarelli

Premessa:
Epidemia: è la diffusione rapida di una malattia infettiva contagiosa in un territorio più o meno vasto che colpisce un numero elevato di persone.
Pandemia: è un’epidemia che si estende fra popolazioni e stati diversi fino a poter interessare l’intero globo terrestre.

Un anno fa, circa, nel nostro paese fu isolato dallo storico “Paziente 1 di Codogno” affetto da una grave polmonite, un virus appartenente a una famiglia di virus noti dalla fine degli anni 70: i “Coronavirus” responsabili di quadri clinici più o meno gravi dell’apparato respiratorio a trasmissione inter-umana diretta attraverso le goccioline di saliva.
Il “nuovo virus” fu denominato ”Sars-CoV-2”, per la stretta somiglianza con il virus responsabile della Sars, e la malattia da esso causata “Covid-19”: visti i numeri elevatissimi di malati e di morti dall’inizio del 2020 ad oggi per la sua rapida propagazione a livello mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha dichiarata a tutti gli effetti “malattia pandemica”.
Nella storia della Medicina si sono succedute grandi pandemie con implicazioni culturali sociale e sanitarie che ancor oggi offrono spunti di riflessione a quanto ci sta accadendo. È oramai acclarato che esiste un nesso tra organizzazioni sociali, l’evolversi delle comunità umane e la comparsa/diffusione di malattie legate a agenti patogeni che hanno colpito l’uomo attraverso i secoli, dall’Homo Sapiens ad oggi, ciclicamente e nelle diverse condizioni sociali.
Attorno al Mille, la larga diffusione dell’ agricoltura, supportata dal sistema feudale, dal perfezionamento di tecniche agrarie quali l’impiego dell’aratro (conosciuto già fino dai tempi del Neolitico), l’utilizzo del mulino ad acqua, la maggior produzione e miglior qualità degli utensili disponibili, la espansione progressiva delle aree coltivate favoriscono la nascita e l’accrescimento dei primi agglomerati urbani, generalmente disposti attorno ai corsi d’ acqua, ponendo le basi di un “processo di urbanizzazione” senza precedenti.

Dall’anno Mille prende avvio un processo progressivo e costante di crescita della popolazione in tutta Europa e anche in Italia si arrivò a contare 10 milioni di abitanti tra il 1000 e il 1300. Ma questo processo di espansione demografica fu interrotto bruscamente nel 1348 da una epidemia di peste definita “la peste nera” che, partita dall’Asia si propagò in tutta l’Europa provocando l’ abbattimento di circa un terzo dell’ intera popolazione,a causa dell’elevatissimo tasso di letalità (fino al 70%). Questo segnò per anni gravi conseguenze economiche e sociali,in quanto l’agente causale della malattia, all’epoca sconosciuto, resterà nel Continente fino al ‘700, ricomparendo a intervalli ciclici di circa 9-12 anni, ora in un luogo, ora in un altro,ora in una nazione, ora nell’altra, con le solite micidiali, funeste conseguenze. Soltanto verso la fine del ‘700 scomparirà grazie alla messa in atto di una politica sanitaria che si rivelò vincente. In pieno Medioevo e anche in precedenza, la medicina non aveva gli strumenti per conoscere e debellare la malattia: si pensava, allora, che “le pestilenze”, come venivano chiamate popolarmente, fossero malattie trasmesse all’uomo attraverso l’aria infetta. Un medico del 1200, docente presso l’Università di Padova, la inquadrò, erroneamente, come malattia “derivante dalle acque stagnanti e dalle sporcizie del terreno”. La molteplicità di spiegazioni avanzata dai medici del tempo di lì a seguire sull’origine e sulla natura della peste si accompagnava a una grande varietà di suggerimenti e pratiche empiriche circa il trattamento cui sottoporre gli ammalati: i medici erano rari, non come oggi, e la maggior parte dei malati era costretta a affidarsi, spesso, alle cure di personaggi che ben poco avevano in comune con il mondo della medicina. Gli Ospedali erano ben diversi dai nostri: erano strutture destinate ad accogliere non solo gli ammalati ma anche i poveri, i vecchi, i bambini e chiunque si trovasse in difficoltà (da cui il termine” Hospitalis” a sottolinearne il significato di accoglienza più che di cura). Da queste convinzioni (ovviamente sbagliate!) e anche dal “vissuto” presero corpo le prime “tecniche di profilassi preventiva”, empiriche, improvvisate, spesso insensate, che invitavano le persone a purificare l’aria e a rimanere chiusi in casa utilizzando l’incenso, a cui veniva attribuita una finalità di purificazione e i vapori aromatizzati, a cui si attribuiva la proprietà “magica” di sostanze purificatrici dell’aria. Le persone dovevano spostarsi da casa il meno possibile, evitando attività fisiche che “dilatando i pori della pelle e facendo respirare più aria” esponevano, secondo le convinzioni del tempo l’individuo a un maggior rischio di contagio”. In ogni caso, il trovarsi a vivere in un periodo in cui dilagava la peste scatenava ogni volta un senso di angoscia collettiva, di ansia e di paura della morte: di fronte al dilagare rapido e inesorabile del male gli uomini si sentivano del tutto inermi, suscettibili, scevri da ogni protezione sanitaria che ne preservasse lo stato di salute.
Le prime pagine di quel meraviglioso affresco di vita che è il “Decameron” di Giovanni Boccaccio nella “Introduzione” all’opera scritta tra il 1349 e il 1951-51 offrono una memorabile descrizione che l’ autore dedica all’ epidemia di peste che si abbatté su Firenze nel 1348: lo scrittore si sofferma a descriverne con dovizia di particolari non solo gli aspetti fisici che la “mortifera pestilenza” provocava, ma anche gli effetti psicologici di smarrimento e disperazione della gente davanti al misterioso meccanismo dell’ epidemia.
”… il contagio si propagava con estrema facilità. E non solo si trasmetteva tramite il contatto con gli infermi ma anche tramite oggetti ad essi appartenuti o con animali che avessero toccato gli infermi o i loro oggetti; e gli stessi animali ne morivano con incredibile velocità… Questa situazione fece nascere “paure e immaginazioni” nei vivi e li spinse a tenersi lontani dagli infermi… La paura e la pratica di abbandonare i malati fece anche sì che molti che, se curati, si sarebbero potuti salvare, invece morirono… Senza alcuna assistenza uomini e donne morivano a migliaia ogni giorno e giacevano abbandonati nelle strade o nelle case; i parenti superstiti portavano i corpi dei defunti fuori dalle case e senza alcuna cerimonia li facevano mettere nelle bare o addirittura trasportare su tavolacci, in molti casi una stessa bara conteneva più corpi, talora una intera famiglia… Neppure il contado era risparmiato dalla pestilenza. Così i campi e gli animali giacevano in totale abbandono…Tra marzo e luglio, per il contagio o l’abbandono si crede, conclude Boccaccio, che a Firenze siano morte oltre centomila persone, tante quante non si pensava neppure che la città ne avesse contenute…
Il Decameron non è il solo riferimento letterario a un flagello sociale con cui ha dovuto scontrarsi l’uomo, suo malgrado. Nell’età classica un grandissimo storiografo greco, Tucidide – nato ad Atene [460 a.C.?] morto attorno al 400 a.C. in luogo imprecisato – aveva dedicato larga parte del libro II delle” Storie” la micidiale epidemia di Peste che si abbatté su Atene nell’estate del 430 a.C. continuando ad imperversare fino all’anno 427 a.C.

L’esserne stato vittima lui stesso in prima persona e aver visto personalmente altri malati dette a questo grandissimo storiografo la possibilità di descriverne in maniera precisa e dettagliata i sintomi, con l’obiettivo “sociale” di offrire elementi di riconoscimento a che ne fosse stato colpito: la modernità di questa puntuale, attuale descrizione clinica è racchiusa nella assoluta oggettività con cui è offerta al lettore e l’attenzione acuta e attenta dell’autore verso l’aspetto, non solo clinico, ma anche psicologico, di scoraggiamento e disperazione delle persone ammalate e delle loro commoventi reazioni, ne fanno un pezzo di storia della medicina di estrema attualità.
” La città di Atene fu invasa all’improvviso… il contagio partì dal Pireo poi si diffuse anche nella città alta, e il numero di morti crebbe spaventosamente… chè nulla potevano i medici che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – ed anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi a più stretto contato con chi ne era colpito – (ma non ricorda forse la situazione pandemica che stiamo vivendo?
Nel capitolo XXXI e XXXII dei “Promessi Sposi”, il Manzoni si dilunga a descrivere “il disastro” che colpì la città di Milano nell’ ottobre 1629 cogliendone tutta la sua forza di devastazione:
“La peste che il Tribunale della Sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’ è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui ma invase e spopolò una buona parte d’ Italia”.

Alla fine dell’800 uno scienziato francese, Alexandre Yersis, isolò finalmente il batterio responsabile della peste denominato, in onore del suo nome, Yersinia Pestis. L’intuito di questo scienziato fu la comprensione della modalità di trasmissione del batterio all’ uomo: non per via aerea, come la convinzione del tempo voleva far credere, ma attraverso il morso di pulci infettate dal sangue dei roditori (ratti) che da sempre hanno costituito il supporto invisibile, ignorato fino al 1894, attraverso il quale la malattia circolata indisturbata per secoli e secoli.

Oggi la peste è infezione relativamente limitata nel mondo, presente in certe zone dell’America centrale e settentrionale, dell’Africa settentrionale (Marocco, Libia, Mauritania) e meridionale (Sudafrica, Botswana, Namibia, Zimbabwe, Mozambico, Zambia), Medio Oriente (Arabia Saudita, Iraq, Iran) e Asia (India, Pakistan, Cina, Mongolia)
La peste non è stata la sola malattia infettive nel corso e ricorso delle epidemie/pandemie: pensiamo all’epidemia di vaiolo che causò milioni di morti prima dell’arrivo della vaccinazione messa a punto dallo scienziato inglese Edward Jenner (1749-1823) che ha portato all’eradicazione della malattia nel 1977.

About the author

Angela Vivarelli

Pistoiese Doc, consegue il diploma di Maturità Classica presso il Liceo Classico "Niccolò Forteguerri". Nel 1985 consegue la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Ateneo di Firenze con il massimo dei voti e lode. Nel 1990 consegue la specializzazione in ”Malattie Infettive” presso la Scuola di Specializzazione dell’Università di Firenze con il massimo dei voti e lode. Dal 1991, ad oggi, esercita la professione di Dirigente Medico Ospedaliero presso l’ Ospedale di Pistoia nelle disciplina di “Malattie Infettive”.
Ha pubblicato svariati lavori su riviste scientifiche internazionali e nazionali ed è co-autrice di numerosi abstracts inerenti a tematiche infettivologiche di interesse clinico. Ha partecipato negli anni a numerose convention nazionali su argomenti di “specialità”. Vive a Pistoia con la sua famiglia.

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