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“L’aria di un crimine”: ciascuno ha i suoi personali tormenti

“L’aria di un crimine”: ciascuno ha i suoi personali tormenti
Written by Simone Baldi

Credits: Einaudi

Esistono luoghi in cui appare pressoché inevitabile sentirsi fuori posto, umanità chiuse nelle loro comunità selettive e inaccessibili, che rendono vano ogni tentativo di concreta integrazione. E quando accadono eventi che potrebbero aiutare a comprendersi a vicenda e a darsi una mano, a tendere verso una direzione comune, ecco, una volta di più, il prevalere di interessi personali e individualismi. Difficile, se non impossibile, ritrovarsi tutti dalla stessa parte, soprattutto se qualcuno è convinto di agire correttamente, in contrapposizione a chi non pensa né si comporta in ugual modo, come accade ne “L’aria di un crimine” (Juan Benet, Einaudi, 2021, 206 pp, 19€).

A Región, sperduto e solitario territorio di una Spagna che porta ancora su di sé le ferite e gli strascichi della guerra civile, la vita scorre lenta, progressivamente e entropicamente in diminuzione, vittima dell’abbandono da parte dei suoi abitanti e di chi, passato da lì, non vuol più restarci. Un giorno, uno come tanti, uno di quelli che si perdono nella memoria, nella nebbia indistinta della ripetitiva quotidianità, un particolare non collima con il giorno precedente: nella piazza di Bocentellas, sotto alla fontana, giace un uomo, seduto e all’apparenza addormentato. Ma il suo sonno è ben più profondo di quello degli altri viventi e un piccolo foro alla base del collo lo testimonia. Seguono attimi in cui si cerca di capire, di fa prevalere la ragione sull’incredulità. Chi è costui, perché si trova lì e chi l’ha ammazzato? Domande lecite, anche se dettate dalla curiosità, ma insolubili. Il capitano Medina, reggente del forte di San Mamud e massima autorità per l’ordine pubblico, sempre sulle tracce di chi tenta di scappare da quei luoghi, diviso fra il suo dovere e la costrizione di stare in quel posto dove sembra essere stato spedito come in punizione, ordina che non venga toccato né rimosso il cadavere per alcuna ragione, fino all’arrivo del magistrato. Ma la provincia, si sa, è tanto lontana dai centri di potere quanto dalle loro priorità e, col passare dei giorni, vista la latitanza dell’uomo di legge, per contrastare il normale incedere della natura, si vedono costretti a immergere quel corpo, ormai sulla via della decomposizione, in una cisterna piena d’alcool, per tentare di conservarlo intatto. Le ipotesi che si susseguono sono tante, soprattutto sull’identità dello sconosciuto, ma tutte non trovano risposta. Non lontano di lì, una macchina si ferma, in attesa di un qualcuno. Quando arriva, i passeggeri scendono e intessono con lui un serrato conciliabolo. La richiesta è quella di aiutare un loro uomo ad attraversare le montagne, passando inosservato e invisibile sotto gli occhi dei militari, fino ad una città vicina. C’è solo una persona che può riuscirci: Amaro, un contadino burbero ed enigmatico, che vive isolato, in compagnia dell’unica figlia che sia rimasta con lui, ritardata e senza possibilità d’espressione. Accettare vuol dire prendersi su di sé anche l’onere del rischio e confidare nelle proprie capacità. Ma per chi conosce quei monti impervi e quella natura scostante, nulla sembra impossibile. Sarà l’arrivo di Barceló, furfante, ladro latitante o forse solo un povero cristo che cerca la propria salvezza senza trovarla, legato a principî solo suoi e in evidente contraddizione con la propria condizione, insieme a due loschi figuri a cambiare le carte in tavola, lasciando ad Amaro ben più che il pagamento per la propria libertà. In un altro luogo, due uomini conversano su ciò che sono stati e cosa sono diventati adesso: Sebastián, medico schivo e solitario, che vive il suo ruolo come un eremita, lontano da chiunque, nonostante la sua fama di uomo onesto, capace e perbene, innamorato e vittima della propria solitudine, e Fayón, giornalista ed ex esiliato per propria scelta, che ripercorre le proprie gesta da repubblicano che ha girato il mondo, tra il Perù e Parigi, per tenere viva la propria reputazione e un Governo inesistente che non in patria non aveva diritto d’esistere. Come a far loro da contraltare, due donne sole riflettono sulla loro condizione: la Tacón, proprietaria di un bar decadente che, in passato, aveva spadroneggiato come tenutaria del miglior bordello in circolazione, e la Chiqui, la sua giovane protetta e, da lei sospettata, amante di quel Barceló che era stato il suo ultimo amore. In questo mosaico umano, un ulteriore tassello fa la sua comparsa: il colonnello Olvera, un militare caduto in disgrazia ma pur sempre (nominalmente) padrone del proprio rango, esterno ed estraneo a ogni faccenda ma a conoscenza, non si sa bene come, di ogni accadimento. Il dedalo delle loro individualità si intersecherà e si intreccerà indissolubilmente, facendo affiorare l’antica polarizzazione tra bene e male, tra chi è (convinto di essere) nel giusto e chi agisce per proprio conto, sullo sfondo di San Mamud, che assomiglia sempre più, per ognuno, di un esilio, un confino forzato, una punizione da scontare, in attesa di una redenzione irraggiungibile o un’espiazione tardiva, che non può redimere né assolvere.

Se nei gialli l’intreccio è volto a far venire allo scoperto un colpevole, qui l’attenzione, più che ad uno specifico “chi”, viene spostata sulle persone, sulla loro incosciente quotidianità, che trascorrono quasi indolenti o inconsapevoli, agendo in modo automatico secondo il ruolo che ci si aspetta da loro. Nel romanzo la vera protagonista, nell’incedere sonnacchioso di un reticolato d’azioni, chiosate da parole che sembrano intagliate nel legno o scolpite nella pietra, quasi a celare un significato recondito e profondo, è la natura umana nella sua accezione più basilare e primordiale, scevra da sofismi e cavilli, riportata agli istinti che soggiacciono alla nostra apparenza. Si ha quasi l’impressione che dalla mera materialità si passi all’immanenza, dove regnano, come sfere contrapposte, i concetti di “giusto” e “sbagliato”. Con un linguaggio poetico ma concreto viene sfaccettata una storia che abbandona spazio e tempo per fonderli in una sospensione che la fa svolgere esterna al vissuto (proprio come ne Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati), con brevi e sparuti agganci ad un preciso momento storico, che hanno la qualità di ancorarla alla realtà senza per questo vincolarla. Infine, in un gioco di specchi in cui “prima” e “dopo” si scambiano e si invertono, il lettore si ritroverà in una circolarità che, come sbucata dal cappello di un prestigiatore che non mostra la mano che l’ha generata, fa la sua comparsa insieme alla soluzione dell’enigma.

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About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.