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“Il club”: qual è il prezzo di una sofferenza privata?

“Il club”: qual è il prezzo di una sofferenza privata?
Written by Simone Baldi

Credits: Keller Editore

Capita (spesso) di sentirsi spersi e fuori posto, lontani da quell’ideale di realizzazione e quella culla di felicità che dovrebbero accompagnarci nei nostri momenti più bui e duri. E, quelle volte, per ritrovarsi e recuperare una parvenza di normalità, può accadere di accettare compromessi e mettere in atto comportamenti antitetici alla nostra indole, che però, inaspettatamente, ci rivelano molto di noi stessi e di ciò che portiamo dentro. Sono aneliti, afflati invisibili e sospiri reconditi, capaci tuttavia di crescere e trasformarsi in vere e proprie realtà, per noi e gli altri, proprio come ne “Il club” (Takis Würger, Keller Editore, 2021, 209 pp, 16,50€).

Hans viene al mondo così: per ostinazione e rifiuto. Sua madre, malata di cancro, non accetta di lasciar morire quel che porta in grembo e nutre il diniego di fronte a un destino già scritto. Il bambino cresce, ma è gracile e taciturno, preso di mira da bulli della scuola non sa difendersi né tanto meno vuole farlo. Il padre, per aiutarlo e incitarlo, gli regala un paio di guantoni da boxe. Da quel momento lo scruta da lontano, lo osserva diventare agile e scattante, quasi un altro, così bravo da iniziare a combatte: un pugile. Durante una trasferta per un incontro di Hans, però, l’uomo rimane vittima di un incidente. Da lì a poco anche la madre muore mentre è in giardino a raccogliere dell’erba cipollina per il figlio. Rimasto orfano adolescente, schiacciato dal senso di colpa per due morti che sembrano portare il suo marchio, il ragazzo finisce in collegio. Eppure, qualcuno che potrebbe prenderlo con sé c’è: Alex, sua zia, la sorella di sua madre. Fa la docente di storia dell’arte a Cambridge e la sua magrezza è tanto acuta quanto la sua intelligenza. Di farlo andar via dalla Germania per l’Inghilterra, tuttavia, non se ne parla. Hans rimane tre anni in una scuola clericale, dove lo indottrinano all’obbedienza e al timore, bandendo di fatto la boxe. Fino all’arrivo di un precettore, che lo incoraggerà e gli insegnerà ciò che sa. Poi, dal nulla dove era rimasta, sua zia si rifà viva poco prima dei suoi diciott’anni, proponendogli di seguirla a Cambridge e di studiare lì. Nessun problema per la retta e i soldi, sarà lei ad occuparsi di tutto. In cambio, però, lui dovrà fare qualcosa per lei: aiutarla a far luce su un crimine. Di questo misterioso e nebuloso misfatto non si fa parola e Hans rifiuta. Bastano pochi mesi ma è sufficiente un’ulteriore comparsa di Alex per convincerlo ad accettare. Una volta in Inghilterra, riceve un cognome fasullo e Charlotte, una dottoranda seguita da sua zia, lo rende edotto dell’esistenza e il funzionamento del Pitt Club, un circolo maschile esclusivo per rampolli dell’alta società, pugili e figli di papà. È al suo interno che è stato commesso l’indicibile. Col tempo, Hans inizia a conoscere i suoi altezzosi e competitivi compagni, avvicinandosi a quel Josh, maniaco della precisione e adone sprezzante, che tanto sembra la nemesi del suo primo amico in terra britannica, Billy, un peso massimo reo della sua omosessualità. Tra una confidenza e una menzogna, il ragazzo si fa breccia nelle reticenze di un circolo chiuso, endemicamente recalcitrante agli sconosciuti, soprattutto se stranieri. Ma è la sua qualità di pugile a far leva sull’ego di Josh e degli allenatori, così come su Angus, il ricco e influente padre di Charlotte, sponsor principale del suo ingresso nel Pitt Club. Nel delicato ed estenuante equilibrismo tra la menzogna di recitare una vita non propria e il tentativo di salvaguardare la propria integra identità, Hans scoprirà difetti e limiti propri e altrui, condividendo il dolore per un’esistenza lastricata da sofferenze e privazioni. E quando viene a conoscenza di un altro, ulteriore gruppo, ancor più ristretto ed elitario, chiamato le Farfalle, saprà che la soluzione dell’enigma è ancor più vicina. Nella ricerca della verità un dubbio sovviene: si cerca il colpevole per fare giustizia o per esigere vendetta?

Nel minimalismo di una prosa scarna e disadorna, privata di quei fronzoli e abbellimenti che la renderebbero artefatta, riluce il dramma personale di chi si sente fuori posto. Ciascuno ha un proprio malessere covato segretamente, che però trasuda da questi e parole appena accennati, ma anche capaci di aprire squarci su disperazioni personali indicibili e impossibili da condividere, figurarsi poi lenire. Eppure, in questo solipsismo di dolore, si cerca una cura, una soluzione capace di mettere la parola fine alla sofferenza, anche se poi non sarà quel gesto a portare sollievo. Basta l’illusione di un atto riparatorio a ribilanciare un’esistenza segnata e ferita. Di contro, chi si sente superiore non concepisce neppure idealmente il concetto di colpa e il dubbio, perfido nemico del successo, è un parassita da schiacciare, invece che scacciare. Una ferita, che se ne sia coscienti o meno, è per sempre.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.