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“La donna sbagliata”: i problemi sono tutta colpa dell’omonimia

Written by Simone Baldi

Vivere pieni di acredine e insoddisfazioni porta a un’esistenza infelice o, quanto meno, insoddisfacente. Quando, però, ci si trova davanti all’occasione di compiere un’azione in grado di ridare slancio e nuova linfa ai propri scialbi gesti quotidiani, la svolta tanto attesa sembra materializzarsi. Concretizzare o meno questa possibilità è una questione che riguarda solo noi stessi, padroni e artefici del nostro destino, proprio come ne “La donna sbagliata” (Mercedes Rosende, SEM, 2021, 208 pp, 16€).

Úrsula López è una donna con tanti rancori: verso i suoi vicini, rumorosi e festaioli, per chi abita sopra di lei, sempre a ticchettare con dei fastidiosissimi tacchi, verso la società, sempre meno corretta e rispettosa, verso il proprio corpo, debordante e incapace di non assimilare qualsiasi caloria lei gli porga, nei confronti del gruppo di Obesi Anonimi, una scialuppa di salvataggio che invece la fa chiude ancora di più nella propria solitudine, e, in ultimo, verso sua sorella Luz, la sua nemesi, fisica e caratteriale. In una Montevideo frenetica e vibrante, Úrsula si arrocca nel proprio appartamento, traducendo pagine e pagine, capaci di farle abbandonare, almeno per un attimo, la miseranda individualità della propria esistenza. Nei rari e sporadici incontri con la sorella, le due non si parlano molto, scambiano poche parole di circostanza e non sfiorano nemmeno quell’empatia che, se non il sangue, almeno il tempo potrebbe regalare. Quando esce, poi, Úrsula guarda gli altri, ne spia le vite, è una voyeurista silenziosa e discreta, che si fa gli affari degli altri e svolge nella propria mente un film tutto suo, inasprendo ancor di più le proprie già dogmatiche posizioni. Insomma, la felicità, semmai esista, non abita in casa sua né vuole farsi viva. Ed è proprio una telefonata, inaspettata quanto incomprensibile, a mutare il corso delle sue giornate, a sconvolgere la lista delle sue priorità: una voce le comunica che hanno sequestrato Santiago Losada, suo marito, e che vogliono un milione come riscatto. Incredula, Úrsula ascolta quelle parole, rispondendo a tono, salvo poi, una volta terminata la chiamata, porsi un’unica, fatidica domanda: quale marito? Dev’esserci stato sicuramente un errore, perché di uomini, nella sua vita (ginecologo a parte) non ce ne sono da un bel po’. Allora perché non ha contraddetto il sequestratore, come mai non gli ha rivelato di non essere la persona che stavano cercando? Convinta che l’abbiano scambiata per la moglie di quel pover’uomo, inizia a indagare per carpire qualche informazione e arriva a scoprire che, sì, in effetti la di lui consorte si chiama esattamente come lei. Contattando la sua omonima, in forma anonima, la informa circa il riscatto richiesto ma, per un curioso caso del destino o di incomprensione, la donna le propone una cifra maggiorata per sbarazzarsi del marito, spiegando di non voler più avere niente a che fare con quel fedifrago egoista. Colpita dal tradimento subito da quella sconosciuta, Úrsula si immedesima nei suoi panni, arrivando ad odiare ferocemente Santiago Losada e tentando, mettendoci del proprio, di fare in modo che i veri rapitori facciano fuori l’uomo. Da quel momento tutto inizierà a incastrarsi perfettamente in un meccanismo ad orologeria che sembra portare alla dipartita dell’inconsapevole sequestrato. Sempre che “qualcuno” non ci metta il proprio zampino…

Romanzo al confine tra il giallo (perché il pathos del thriller proprio non c’è) e il caustico, dove gli accadimenti, potenzialmente capaci di dilaniare vite e esistenze, sono filtrati da un continuo misunderstanding: l’incomprensione che genera ironia. Úrsula, con la sua lingua tagliente e il suo cinismo debordante, parrebbe incarnare gli stigmi della frustrata, in repulsa contro il mondo e incapace della minima empatia. Invece, con un coup de théâtre, la prospettiva si ribalta (e contro-ribalta un altro paio di volte), e lei riesce a mettersi nei panni di chi si trova di fronte, facendo di tutto pur di soddisfare le richieste fattegli. Ma, come nella vita vera, non tutto va secondo i propri piani, e l’eccesso di zelo, invece che a una ottimizzazione di tempi e risultati, potrebbe iniziare un effetto domino divergente.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.