Letti per Voi

“La fabbrica”: la maternità è un business

Written by Simone Baldi

Credits: Ponte alle Grazie

In una società in cui a tutti è, o dovrebbe, essere concesso di scegliere liberamente come impiegare il proprio corpo, decidere di usarlo per donare qualcosa agli altri è un gesto altruista e di grande rispetto. Quando però, dietro tale azione, si nascondono interessi e macchinazioni che ledono la propria volontà, si oltrepassa il limite della dignità e del rispetto, per finire in una gabbia di costrizioni e imposizioni esterne, proprio come ne “La fabbrica” (Joanne Ramos, Ponte alle Grazie, 2021, 420 pp, 16€).

Mae è la direttrice di Golden Oaks, una residenza per donne incinte che assomiglia più al paradiso che ad una clinica privata, e la sua principale preoccupazione è far sì che le sue ospiti siano in buona forma, senza stress né problemi fisici o psicologici. Portare qualcuno in grembo è un’enorme responsabilità e nessuna, per alcuna ragione, deve rischiare di perdere il proprio feto. Anche lei, dal canto suo, ha una grande responsabilità: assicurare benessere e sicurezza a chi decida di recarsi presso la sua struttura, a qualunque costo. Nel vero senso della parola.

Jane è una giovane ragazza madre filippina che vive nel Queens insieme a sua figlia Amalia, di appena quattro mesi, e a sua zia Ate, ormai settantenne e balia da più di vent’anni per i figli altrui. Non sono povere, ma nemmeno possono dire di navigare nell’oro, perciò ogni lavoro è ben accetto. Così, quando Jane entra a lavorare a Golden Oaks i loro problemi sembrano finiti. In quel luogo, la ragazza può osservare tutto ciò che lei non ha mai avuto e che, invece, a quelle gestanti è riservato: dieta personalizzata, massaggi quotidiani, un personal trainer che le segue in ogni momento e, in ultimo, persino uno stipendio. Sembra un sogno, tutto troppo bello per essere vero, eppure… Ma cos’è, esattamente, Golden Oaks? Ben presto Jane, anche grazie alla conoscenza di Reagan, un’ospite della struttura di alta estrazione sociale, bianca, giovane, ben istruita e di ottima famiglia, verrà a conoscenza dei meccanismi nascosti dietro a quell’idilliaca facciata, che altro non è se non una gabbia dorata. Lì, ciascuna donna, porta in grembo uno o più figli destinati ad altre persone. Sono madri surrogato, che hanno deciso, più per necessità che per libera scelta, di affittare il proprio corpo ad altri, dietro la speranza di un lauto compenso. Va da sé che ciascuna “candidata” abbia, a seconda dei propri requisiti, un valore e che, in base a esso, venga pagata. Perciò l’interesse principale di Mae è quello di selezionare le potenziali gestanti in base al loro curriculum e assicurarsi che seguano ogni dettame loro imposto. Dai consigli alle imposizioni, il passo è breve. Quando anche a Jane verrà proposto di entrare a far parte di quel diabolico meccanismo, lei si troverà costretta a scegliere tra l’incertezza e un solido futuro per lei e sua figlia. Ciò che non ha messo però in conto, sono le regole imposte a Golden Oaks, prima fra tutte quella di non ricevere visite né poter tenere con sé Amalia. Seppur riluttante, Jane accetta, lasciandola alle cure di Ate. Col tempo però, la negligenza della zia e la malinconia per la mancanza fisica di un legame avvertito come un bisogno insopprimibile, metteranno a rischio la tenuta psicologica della giovane filippina. Sarà Reagan che, grazie alla propria sensibilità, capirà le difficoltà a sottostare a quelle regole opprimenti e starà vicina a Jane. Ma potrà bastare una (quasi) estranea, per quanto empatica, ad alleviare il dolore e la mancanza di una parte di sé, oppure la necessità di una vita normale avrà il sopravvento, tanto da farle rinunciare ai soldi e alla propria incolumità, pur di riabbracciare la sua piccola?

Romanzo dalle fosche tinte distopiche, che esacerba un delicato e spinoso aspetto della nostra società fino a portarlo alle sue più terrificanti conseguenze: la maternità surrogata. Ciò che viene mostrato, nella storia, non è una critica al fatto che alcune donne scelgano (più o meno liberamente) di donare il proprio corpo ad altre persone, quanto piuttosto la mercificazione di tale gesto. A Golden Oaks, in cui tutto è regolato dal profitto e ogni cosa è mossa dal denaro, vali per quello che sei e, in ragione di questo, vieni anche trattata come una incubatrice umana, con ogni riguardo sì, ma sempre e solo per poterne trarre benefici economici. Ciò che era cominciato, in parte inconsapevolmente, come una buona azione, da cui ricavare anche un proprio tornaconto, si trasforma invece in un incubo a occhi aperti, dove la perfezione delle cure e dei trattamenti crea uno iato insostenibile con le imposizioni del regolamento. Lì, in quella residenza, le contraddizioni di una società che sembra aver barattato i propri valori per il denaro, raggiungono il loro apice, sottomettendo le proprie necessità psicologiche a quelle fisiche e barattandole con esse. A fare le spese di questa smodata ambizione di potere saranno quelle donne che, per necessità, inconsapevolezza o altruistico spirito di sacrificio, hanno deciso di fare del bene ad altre persone, senza però essere debitamente a conoscenza di ciò a cui stavano veramente andando incontro. Sospese dentro una realtà chiusa nello spazio e nel tempo, le gestanti finiranno per ritrovarsi in una bolla che sembra, inevitabilmente, destinata a scoppiare, generando così imprevedibili e incalcolabili conseguenze.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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