Medicina

L’epatite HCV: il killer silenzioso

Written by Angela Vivarelli

L’epatite da virus HCV è una patologia epatica ampiamente diffusa in tutto il mondo:si stima che ogni anno si verifichino 3-4 milioni di nuovi casi per un totale di circa 150 milioni di persone infette a livello mondiale con picchi di tassi di infezione più alta in Egitto, Pakistan, Cina. Ogni anno muoiono circa 350.000 persone a causa di patologie del fegato HCV correlate. I dati relativi alla diffusione della malattia in Europa collocano i paesi dell’Europa dell’Est quali quelli a più alta incidenza/prevalenza e l’Italia tra i paesi con maggior numero di infetti.
Da noi il virus ha avuto ampia diffusione nel ventennio compreso tra gli anni ’60 e gli anni ’80: secondo dati aggiornati al 2016, gli italiani che ne sono affetti sono circa 1,5 milioni e di questi circa 17.000 persone muoiono ogni anno a causa di una delle più probabili evoluzioni della infezione che è la cirrosi epatica.
Il virus responsabile di questa patologia epatica, spesso decorrente in maniera del tutto “silente”, ovvero senza dare alcun sintomo, è un virus di dimensioni piccole, contenente un genoma strutturato a mono filamento a RNA scoperto alla fine degli anni ’80.
Il liquido biologico maggiormente responsabile nella trasmissione dell’infezione, tutta inter-umana, è il sangue. Secondo un classico modello di contagio” l’infezione si acquisisce attraverso lo scambio reciproco e promiscuo di siringhe infette come spesso accade negli assuntori di droghe per via endovenosa e i trapianti di organo da donatori infettati. Negli anni ’50 e ’60 fino alla prima metà degli anni ’70 era abitudinario l’utilizzo di siringhe in vetro per effettuare iniezioni intra-muscolo (la scrivente ricorda bene questo presidio sanitario così pericoloso igienicamente parlando). Dopo il loro utilizzo, esse assieme agli aghi venivano sottoposte a ebollizione per alcuni minuti a temperature insufficienti per inattivare il virus (là ove presente), particolarmente resistente alla sopravvivenza anche in condizioni ambientali “difficili” grazie alle proprie caratteristiche microbiologiche. Nel momento in cui la siringa utilizzata veniva bollita e poi riutilizzata, “apparentemente sterilizzata”, ad esempio, su un altro individuo, essa si trasformava in un sicuro “veicolo” di infezione per un altro individuo e così via. Secondo questa modalità, definita in medicina “parenterale” ovvero attraverso sangue veicolato da aghi si sono creati negli anni dei veri e propri “cluster” familiari con circolazione del virus all’ interno della stessa famiglia , ovvero si sono creati veri e propri serbatoi di virus silenti” all’ interno di cluster familiare che ne hanno mantenuto la propagazione e la sopravvivenza fino ai nostri giorni Con la stessa modalità, il virus si è propagato con l’ utilizzo scambievole e compartecipato per via intra-familiare attraverso altra strumentazione cosiddetta “tagliente”: lamette e rasoi utilizzati per farsi la barba, forbicine, taglia-unghie, spazzolini da denti. Tutta questa “strumentazione” normalmente impiegata a livello domestico per la cura routinaria della propria persona, può accidentalmente durante l’utilizzo, provocare all’ utente micro ferite sanguinanti che possono depositare quantità variabile di sangue fresco sul tagliente usato. Se il sangue depositato proviene da un individuo infetto, infetta lo strumento ove il virus può restare attivo per giorni e infettare altri individui che li utilizzino. Si ritiene che larga parte di soggetti infetti viventi, in Italia a tutt’ oggi adulti, per la maggioranza ultra-cinquantenni, siano la risultanza di infezioni avvenute anni e anni orsono, proprio, quando carenti condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di nozioni microbiologiche al riguardo hanno contribuito inconsapevolmente alla creazione, all’ auto-mantenimento e alla diffusione dell’infezione stessa. Dalla metà degli anni ’70 l’uso delle siringhe in vetro è stato abbandonato a favore dell’utilizzo delle siringhe “mono-uso”: pertanto, tal modalità di diffusione del virus HCV ha attualmente esaurito il proprio ruolo. Permane invece attuale il ruolo “degli strumenti taglienti” ad uso e impiego intra-familiare e naturalmente l’utilizzo reciproco e scambievole di siringhe infette negli assuntori abituali di sostanze stupefacenti per via endovenosa. Dati di epidemiologia nazionale mostrano come la categoria dei tossico-dipendenti per via endovenosa abbia un elevato tasso di prevalenza di epatite da infezione HCV correlata e gli ospiti di istituti di pena.
Storicamente il virus negli anni ’90 è stato riconosciuto quale agente eziologico trasmesso attraverso le trasfusioni di sangue: oggi questa modalità di trasmissione fa parte più di un “bagaglio culturale storico” che di una realtà epidemiologica effettiva in atto, dal momento che i controlli estremamente accurati effettuati routinariamente presso i Centri Trasfusionali su donatori di sangue e sacche hanno pressoché azzerato la probabilità che un ricevente si infetti attraverso trasfusioni con emoderivati.
Altre modalità di trasmissione sono rappresentate dal farsi i tatuaggi, dall’applicazioni di piercing, l’agopuntura, là ove naturalmente gli operatori addetti ai lavori” non rispettino le norme di sterilizzazione previste sulla strumentazione usata, rese obbligatorie per chi effettua questa tipologia di procedure oggi, peraltro, molto diffuse. Anche in questo caso il modello di trasmissione è il medesimo spiegato nel capoverso precedente: si tratta di trasmissione attraverso aghi e/o strumenti taglienti che dopo ogni utilizzo debbono essere adeguatamente sterilizzati per eliminare eventuali residui, anche minimi, di sangue che, se presente e eventualmente infetto, è responsabile di trasmissione verso terze persone.
Altra modalità di trasmissione è rappresentata dalla modalità per via sessuale sia nei rapporti etero-sessuali che omo-sessuali come emerge da innumerevoli studi internazionali ove il ruolo determinante è rappresentato dal numero dei partners dell’individuo, ovvero la promiscuità sessuale, e dalla frequenza dei rapporti.
Infine, a conclusione di questa carrellata cito la possibilità di trasmissione materno-fetale in donne con elevati valori viremici e la possibilità di trasmissione attraverso i trapianti di organo con positività all’HCV del soggetto donatore.

Alcune norme comportamentali per prevenire l’infezione
I soggetti con infezione da HCV devono essere esclusi dalle donazioni di sangue
Si raccomanda di evitare all’ interno dell’ambito familiare con presenza “nota” e documentata di un convivente infetto da HCV l’uso promiscuo di forbici, rasoi, pinzette, strumenti per manicure, spazzolino da denti. I soggetti infetti devono routinariamente conservare tali strumenti racchiusi all’interno di pochette personali, farne un uso esclusivo e personale e evitare di prestarli ai conviventi o chiederli in prestito dai conviventi.
Tenere a disposizione guanti mono-uso e utilizzarli sempre nel caso che si debbano eseguire medicazioni di ferite, iniezioni per via intra-muscolare, smaltimento di cerotti, garze, compressioni su ferite sanguinanti.
Ricordo in questa sede che i guanti rappresentano un presidio di “barriera” ovvero di protezione riconosciuto a livello scientifico universalmente provato e dimostrato. Una volta utilizzati vanno adeguatamente smaltiti e non riutilizzati
Dedicato alle donne: pulire adeguatamente i servizi igienici dopo l’uso in corso di mestruazioni. È stato dimostrato che il sangue del ciclo mestruale è altamente infettante e pertanto si raccomanda nel periodo interessato una cura attenta all’ utilizzo del servizio igienico e allo smaltimento degli assorbenti igienici, evitando in questo periodo i rapporti sessuali.

About the author

Angela Vivarelli

Pistoiese Doc, consegue il diploma di Maturità Classica presso il Liceo Classico "Niccolò Forteguerri". Nel 1985 consegue la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Ateneo di Firenze con il massimo dei voti e lode. Nel 1990 consegue la specializzazione in ”Malattie Infettive” presso la Scuola di Specializzazione dell’Università di Firenze con il massimo dei voti e lode. Dal 1991, ad oggi, esercita la professione di Dirigente Medico Ospedaliero presso l’ Ospedale di Pistoia nelle disciplina di “Malattie Infettive”.
Ha pubblicato svariati lavori su riviste scientifiche internazionali e nazionali ed è co-autrice di numerosi abstracts inerenti a tematiche infettivologiche di interesse clinico. Ha partecipato negli anni a numerose convention nazionali su argomenti di “specialità”. Vive a Pistoia con la sua famiglia.

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