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“Le dodici vite di Samuel Hawley”: la vita lascia a ognuno la sua cicatrice

Written by Simone Baldi

Credits: © Nutrimenti Edizioni

Ciascuno porta con sé tracce e segni indelebili del proprio passato. Che siano ricordi, oggetti o sensazioni, si tratta di chiavi d’accesso al proprio vissuto capaci di riproporlo e renderlo ogni volta attuale. Per Samuel Hawley girovago per necessità e vocazione, non è soltanto la figlia Loo, adolescente cresciuta tra uno stato e l’altro, una città dopo l’altra, a rappresentare questo contatto. L’altra caratteristica saliente, sicuramente quella più peculiare e personale, sono le dodici cicatrici che marchiano il suo corpo, frutto di altrettante pallottole che lo hanno attraversato, come un lascito del destino: simbolo e mai oggetto concreto. I bossoli lo oltrepassano e vanno a perdersi da un’altra parte, lasciandogli solo un segno, un ricordo tangibile e concreto della vicinanza della morte.

Samuel Hawley, ladro e criminale atipico, dopo anni trascorsi in solitaria, durante l’ennesimo colpo incontra per caso Lily, una giovane ragazza con cui crea, fin da subito, un rapporto simbiotico e inscindibile. È lei che, con la sua incapacità di abbandonarlo e giudicarlo negativamente, rappresenta il punto di svolta nella sua vita. Come in un crescendo, le azioni si svolgono senza soluzione di continuità: prima l’unione ferrea tra i due, poi la gravidanza e la nascita di Loo, da lì il tentativo di fermarsi in modo stabile e sedentario, la morte improvvisa e non del tutto chiara di Lily per annegamento in un lago, nonostante il suo passato da nuotatrice, l’affidamento della piccola a Mabel, la nonna materna, e l’allontanamento di Hawley in preda al dolore. Sembra la fine dell’unione familiare, eppure, non molto tempo dopo, l’uomo torna a riprenderla e partono insieme per una peregrinazione senza fissa dimora. Durante i successivi anni la ragazza impara la maniacalità del padre per le armi e la sua fiducia quasi cieca nel non farsi notare, finendo per conformare le proprie pretese a quei dettami. Dopo aver girovagato attraverso gli Stati Uniti, i due decidono di fare ritorno nell’unico posto che abbiano mai potuto chiamare “casa”, la città di Lily, dove vive ancora Mabel, adesso più ostile che mai: Olympus. Nonostante la difficoltà di ricongiungersi con quel luogo, venendo a patti con ciò che rappresenta e legando con i suoi abitanti, questo sembra l’unico modo per (ri)creare delle radici. Ma il passato ripresenta sempre le sue istanze lasciate in sospeso e i suoi nodi da sciogliere, siano essi un rapporto da ricucire o un vecchio debito da saldare.

Ne “Le dodici vite di Samuel Hawley” (Hannah Tinti, Nutrimenti, 2018, 442 pp, 20€) la soluzione alle molte domande che accompagnano la narrazione è nascosta nella struttura dei capitoli stessi, che collegano le due anime della storia: quelli dispari raccontano, numerandole, le pallottole; quelli pari si svolgono, invece, nel presente e hanno un titolo vero e proprio. Questo movimento di andata e ritorno, con i flashback che illuminano porzioni di verità della vita attuale dei protagonisti, svelando poco a poco i retroscena e i motivi dei loro comportamenti, sono un artificio ricco di suspence e pathos. Le azioni, che a volte appaiono prive di senso, acquistano lentamente consistenza e senso, superando delle incongruenze apparenti o degli empasse comportamentali che, altrimenti, non sarebbe stato possibile comprendere. Assistiamo così alla formazione della costellazione delle cicatrici sul corpo di Hawley, fino all’ultima pallottola, la dodicesima, che ha una peculiarità tutta sua, nel cui processo di rimarginazione rimangono attaccati anche insegnamenti e, talvolta, persone. Sarà proprio questo accumulo d’informazioni a dare corpo alla personalità dei vari protagonisti, sfaccettandoli e rendendoli col passare degli eventi sempre più umani, fallibili nei loro tentativi di redenzione o, al contrario, nei loro dogmatismi. Le intenzioni di Hawley si scontreranno con quelle di sua figlia Loo che, comprensibilmente, cercherà da sola quelle risposte chiare e definitive che né il padre né la nonna hanno saputo dare ai dubbi che la tormentano circa la morte di sua madre. Perché, se non tutte le cicatrici sono visibili, la loro presenza è comunque un memento invisibile al dolore personale. Emozionante ed emotivo, toccante e rivelatorio, ricco di contrasti e spunti di riflessione, un romanzo denso di eventi, punti di vista e sfaccettature, capace di catturare l’attenzione del lettore, per poi restituirgliela, soddisfatta e arricchita, dopo un lungo viaggio interiore fatto di scelte che ciascuno di noi deve, prima o poi, prendere.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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