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“Piano D”: l’ambivalente doppiogioco dell’evidenza

Written by Simone Baldi

Credits: © Keller Editore

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi sono una prova» diceva Agatha Christie. Ma che succede quando i fatti smettono di seguire questa regola e cominciano a trasformarsi in una serie di eventi che si contraddicono uno di seguito all’altro? Questo è quanto succede nel distopico “Piano D” (Simon Urban, Keller Editore, 2018, 544 pp, 19€), thriller fantapolitico dalle profonde e paranoidi tinte oscure.

Germania, 2011. In muro di Berlino, dopo la crisi del 1991, è stato ristabilito e, adesso, DDR e Repubblica Federale sono più divise che mai. A pochi giorni dal rinnovo del più importante trattato energetico, ovvero le concessioni dell’utilizzo del gas russo dall’Est all’Ovest e il conseguente pagamento della fornitura, viene ritrovato il cadavere di un uomo sugli ottant’anni, impiccato alla tubatura di un gasdotto. Per il detective Martin Wegener è fondamentale risolvere il caso. Tale è, infatti, l’importanza della posta in gioco che, per la prima volta nella storia delle due Germanie, gli viene affiancato il suo omologo dell’Ovest: Richard Brendel. I due formano una coppia inedita e complementare, sia nell’esteriorità che nella mentalità: dismesso e dubbioso il primo, efficiente e tirato a lucido il secondo. Ciò che si trovano davanti, tuttavia, turba le loro granitiche certezze: l’uomo non si è quasi sicuramente suicidato, perché reca su di sé le tracce di un omicidio politico, commesso probabilmente dalla Stasi. Prova ne sono il cappotto da lui indossato e le scarpe allacciate con gli otto nodi tipici della polizia segreta. Eppure, la cristallina limpidezza di quell’evidenza è talmente netta da far sollevare un dubbio fondamentale ai due investigatori: qual è il modo migliore per allontanare da sé ogni sospetto? Semplice, esibendo al massimo la propria colpevolezza. Da qui, la nascita di ogni ritrosia di fronte agli indizi, la sconfessione dei fatti come prove manifeste e la rinuncia ad ogni analisi che porti ad una rapida e congrua conclusione. E dunque, cosa fare di fronte a questo impenetrabile labirinto di rivelazioni e segreti? Ciò che appare come una palese e indistruttibile verità, altro non è che una scatola vuota, un’oasi nel deserto capace di regalare solo illusioni e delusioni.

A complicare la mente già poco stabile del più che cinquantenne Wegener ci si mette anche Karolina, la sua ex fidanzata, adesso dirigente presso il Ministero dell’Energia. Con lei, scindere interessi privati e obblighi lavorativi, sarà pressoché impossibile. Nelle annebbiate facoltà di giudizio del poliziotto, tra un logoro passato e una voglia indefinibile di attenzioni e soddisfazioni, circola anche la presenza di un certo Früchtl, da tempo scomparso ma sempre ben presente nella sua mente (fantasma sinaptico o una persona reale?), tanto da costituire la coppia alternativa a quella ufficiale. E siccome ciascuno, dal più insignificante anello della catena gerarchica fino alle sue più alte sfere, cela la propria vera essenza dietro una personalità di facciata, un nome non rappresenta altro che una messinscena. Sarà proprio la scoperta della vera identità dell’ottantenne impiccato, Albert Hoffmann, ad aprire uno squarcio di verità che permetterà, quasi per caso, di venire a conoscenza di un fantomatico “Piano D”, nodo nevralgico di tutto l’intreccio e movente ultimo dell’omicidio. Ma di cosa si tratta esattamente: ipotesi illusoria o segreto esplosivo su cui tutti vogliono mettere le mani? Verificarne l’esistenza e svelarne la consistenza condurrà, finalmente, verso l’incredibile soluzione del caso che, come sempre più temuto da entrambi gli investigatori, rischierà di sgretolare i due Stati fin nelle loro fondamenta ultime. Se e a chi converrà scoprire come stanno veramente le cose?

Simon Urban nel suo “Piano D” mescola sapientemente un’analisi politica minuziosa, disamine particolarmente lucide e profonde, e un’ambientazione distopica assai realistica di cui corruzione, dubbi e apparenza sono i tre cardini principali. In una DDR marcia e sporca, figlia delle conseguenze delle proprie contraddizioni, la fragile personalità di Wegener si disgrega progressivamente col procedere dell’indagine, risaltando (per contrasto) con le granitiche sicurezze del suo alter-ego Brendel. La perdita dello status di “evidenza” a favore di quello di “evento” è geniale: niente può, infatti, considerarsi più di un semplice fatto, per la banale ragione che niente può avere una valenza superiore al puro accadimento. Ogni cosa può significare se stessa quanto il suo contrario. Solo l’ultimo tassello, come una catarsi insensata, ricostruisce un senso completo. È lo smembramento di ogni certezza, la perdita primigenia dell’innocenza e, più nel concreto, il continuo dissolversi del processo investigativo. Perché, quando ciò che abbiamo è nient’altro che una serie di pezzi, slegati e (apparentemente) autocontraddittori, può ancora esistere una verità?

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.

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