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“L’anno dei fuggiaschi”: i costanti sacrifici alla ricerca di un lavoro che non c’è

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Written by Simone Baldi

Credits: © Chiarelettere

La ricerca della propria realizzazione lavorativa è un percorso, talvolta, lungo e tortuoso, in cui momenti felici si avvicendano ad altri molto travagliati. Se per alcuni il traguardo è dietro l’angolo, per altri partire, abbandonando affetti e paese natale, sembra essere l’unica soluzione. Lo scopriranno tre ragazzi indiani, protagonisti de “L’anno dei fuggiaschi” (Sunjeev Sahota, Chiarelettere, 2018, 506pp, 19€), costretti, loro malgrado, ad abbandonare la loro India per cercare fortuna dall’altra parte del mondo.

Avtar e Randeep, due ragazzi poco più che ventenni, stanno lavorando come manovali edili in Inghilterra, a Sheffield. Hanno passato traversie personali per tuffarsi in un mondo del lavoro che, apparentemente, non sa cosa farsene di loro. Sottopagati e sfruttati, si trovano a dover dividere la stessa piccola, angusta e sporca casa con altri loro connazionali. Per quanto degradante e scomoda sia questa costituisce l’unica situazione capace di fargli risparmiare al massimo, per poter così mandare più soldi alle rispettive famiglie. La povertà britannica, benché spiacevole, sembra comunque preferibile di quella indiana. Un giorno, al loro gruppo di unisce Tarlochan (detto Tochi), taciturno e solitario, che non riesce ad integrarsi con gli altri, con cui nasceranno subito incomprensioni e antipatie impossibili da appianare. D’altronde, le loro estrazioni sociali e i loro caratteri in contrapposizione creeranno i presupposti perfetti per un conflitto costante, nonostante il buon senso e lo spirito di collaborazione suggeriscano tutto l’opposto. Per spiegare l’origine delle loro differenze la narrazione si sdoppia, alternando lo sguardo sulle loro difficoltà inglesi alla loro vita precedente in India: le loro famiglie, il loro passato e i rispettivi motivi che li hanno spinti ad abbandonare ogni cosa. La presenza tra di loro di un paria, ovvero un intoccabile, verrà mostrata con dovizia di particolari attraverso il trattamento a lui riservato in patria: umiliazioni, sfiducia, offese e violenze saranno solo il preludio ad una lunga serie di comportamenti e maltrattamenti che resisteranno persino in Europa, a migliaia di chilometri da casa, dimostrando che pregiudizi e tradizioni sono più persistenti dello spazio e del tempo.

Nell’anno in cui si svolge il romanzo la vita dei tre ragazzi cambierà radicalmente. Si incrineranno illusioni, si induriranno pensieri e si mortificheranno sentimenti. Ciascuno di loro cercherà la sua personale via alla propria realizzazione: provando una carriera universitaria, con un finto matrimonio di convenienza e raddoppiando o, addirittura, triplicando i propri lavori. A lato delle loro vicende osserviamo Narinder, una ragazza loro connazionale, che, progressivamente, acquista un ruolo sempre più centrale. Il peso sulle loro spalle è il dovere verso le proprie famiglie, verso chi ha intravisto in loro l’unica speranza di ritorno ad una vita normale e, nel farlo, gli ha caricati di un’enorme responsabilità. Per chi vuol avere successo, quindi, nessuna strada sembra sbagliata, né alcun tentativo disdicevole. D’altronde, pur di sfuggire a ciò che li attende in India, in caso di fallimento, sono disposti persino a quell’impensabile che, inevitabilmente, si troveranno ad affrontare quando il loro fragile e fatiscente presente crollerà sotto il peso sempre più opprimente delle loro bugie e delle scorrettezze reciproche. La componente emotiva è un dato di fatto, sia per i protagonisti che per i lettori, e parteggiare per uno dei tre non sarà così automatico, poiché ciascuno ha motivazioni e ragioni condivisibili, capaci di stemperare, se non di giustificare, la durezza dei loro comportamenti.

Un romanzo sincero e schietto, senza fronzoli né artifici retorico-linguistici sulle scelte, i sacrifici, le conseguenze delle proprie azioni e, forse, l’aspetto più spregiudicato e segretamente connaturato alla propria realizzazione: l’egoismo. Perché, in un ambiente in cui le possibilità si assottigliano fin quasi a scomparire, lottare per se stessi è l’unico modo per poter sperare di ottenere ciò che si è prefissato. Il taglio estremamente attuale e realista del tema ci riporta ad una situazione conosciuta, quella del lavoro nero, da molti ignorata. I temi toccati e le sfaccettature proposte sono molteplici, in continuo mutamento di pari passo con gli imprevisti e i cambiamenti, quasi sempre negativi, che sembrano sbucare dal nulla ma di cui tutti noi sembriamo essere coscienti in anticipo. Le parti indiane servono a farci comprendere un paese e una stratificazione sociale granitica e irremovibile, di cui non abbiamo esperienza diretta, ma che è indispensabile, se si vuol conoscere l’origine delle motivazioni del senso di superiorità verso il membro più basso della loro scala gerarchica. Il continuo alternarsi di Inghilterra e India, sebbene a tratti accomunate da una povertà strisciante e una divisione in classi chiuse, crea contrasti forti, resi ancor più aspri dalla differenza di condizione dei ragazzi, quasi a controbilanciare un karma che gli ha regalato una chance inaspettata, ma da cui non possono, purtroppo, fuggire.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.