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“Il sentimento del ferro”: la vendetta non ha scadenza

Written by Simone Baldi

Credits: © Fandango Libri

Ci sono crimini che non vanno in prescrizione, colpe troppo grandi da poter perdonare, atrocità impossibili da dimenticare. In questa lista nemmeno troppo ristretta, le azioni dei nazisti occupano, probabilmente, il gradino più nefasto, come una macchia indelebile e duratura, di cui tutti dovremmo, ciclicamente, ricordarci e con cui fare i conti, per non regalare all’oblio una delle pagine più nere della storia. E così, anche chi ha subito, grida silenziosamente vendetta, pretendendo un giusto risarcimento per il trattamento disumano che gli è stato ingiustamente riservato. Lo sanno bene Anton Epstein e Shlomo Libowitz, ex detenuti di un campo di concentramento, sfuggiti alla morte e adesso, a distanza di quarant’anni, sulle tracce di Hans Lichtblau, il loro carceriere. Ma chi è lui, esattamente? Lo scopriamo ne “Il sentimento del ferro” (Giaime Alonge, Fandango, 2019, 461pp, 20€).

Chimico, stretto collaboratore di Heydrich e Himmler, Lichtblau è il direttore di un centro di ricerca sugli effetti rinvigorenti e lenitivi delle piante per i soldati. A cavallo dei primi anni ’40 è di stanza in Prussia Orientare (la ex Lettonia), in cui si stabilisce nel castello di un nobile tedesco decaduto e lì conduce i suoi esperimenti, attingendo le proprie cavie dal vicino campo di concentramento di Treblinka. Sono anni terribili, stretti nella morsa degli scontri e dell’incalzante necessità di una soluzione alla questione ebraica. Pur avulso delle decisioni, Lichtblau osserva lo svolgersi e l’irregimentarsi del processo di eliminazione degli ebrei. Non è d’accordo, né avalla gli strumenti usati, ma è consapevole che qualcosa vada fatto e, per questo, cerca di rispettare la piena efficienza. Il suo personale tornaconto è avere a disposizione chiunque voglia per i suoi esperimenti. Tra loro, nel ruolo di sottoposti, ci sono anche due giovani: Anton Epstein e Shlomo Libowitz, che faranno, rispettivamente, da segretario e da giardiniere. Sono due schiavi, niente più e niente meno. Eppure, quella loro funzione particolare li salverà, almeno temporaneamente, dalle atrocità dei campi di concentramento: saranno dei testimoni silenziosi, spettatori inermi dei soprusi e delle sofferenze di chi, come loro, ha avuto l’unica colpa di una religione diversa. A guerra conclusa, con i tedeschi in fuga, riusciranno a salvarsi, separandosi e seguendo ciascuno il proprio destino.

1982: con la Seconda Guerra Mondiale alle spalle, rimangono solo alcuni echi dei conflitti e delle fazioni del passato. Adesso è il bipolarismo tra Comunisti e Americani a monopolizzare lo scontro politico. In questa ottica che alcuni ex nazisti, sfuggiti ai processi, le vendette e le esecuzioni sommarie, sono stati arruolati tra le fila di una nazione o l’altra. Come mercenari, stanno vivendo una seconda vita. E per inseguire uno di loro, Anton Epstein e Shlomo Libowitz si ritrovano, dopo anni lontani, con un obiettivo comune: Victor Huberman (al secolo Hans Lichtblau). Hanno scoperto che adesso, l’ex nazista, si è riciclato come collaboratore della CIA, in quanto creatore di droghe sintetiche e appoggio ai guerriglieri di Nicaragua e Honduras che combattono i soldati comunisti. Credendosi ormai al sicuro, non sospetterà minimamente che, dall’altra parte del mondo, due dei suoi ex schiavi, si siano messi sulle sue tracce, pronti a vendicare non solo le proprie sofferenze, ma soprattutto la memoria di chi, per anni, ha subito le peggiori atrocità. Non sarà un compito facile, sia per il peso degli anni, avendo loro superato la sessantina, sia per la mole di ricordi, esistenze e condizioni politiche mutate nel corso di decenni. Alla fine, più forte di tutto, rimarrà la voglia di riequilibrare, almeno apparentemente, la bilancia della giustizia. Perché la vendetta non ha una data di scadenza.

Un romanzo duro, complesso, articolato, emotivamente impegnativo, che contrappone una lingua semplice ad un pensiero articolato, che richiede attenzione ma che ripaga con qualità, che non ricama o si dilunga inutilmente sui particolari di una tragedia collettiva, sulle sue più minuziose sfumature, ma che sposta il proprio baricentro sull’individualità delle esistenze generate da un destino comune, crudele e insensibile, in cui non sembra trovare posto il sentimentalismo fine a se stesso. Lichtblau rappresenta i carnefici, ma non pare (almeno esternamente) essere spinto dal sacro fuoco di una fede cieca negli ideali nazisti, quanto piuttosto da una fiducia incondizionata nella scienza. Anche Anton e Shlomo sembrano, pur nelle loro divergenze (soprattutto quelle caratteriali), non essere mossi tanto dal motivo religioso, quanto dalla voglia di dare un senso alla loro pena. I campi di concentramento sono, per il dottore, lo strumento offertogli per i suoi esperimenti, mentre per gli ebrei una prova cui resistere e da superare, un lungo, estenuante, sfibrante tentativo di sopravvivere, rimanendo al contempo umani. I due poli sono, naturalmente, contrapposti, e le motivazioni dell’uno si controbilanciano automaticamente dall’altra parte: se in Lichtblau ogni giudizio morale è tanto ignorato quanto sospeso, benchè consapevole dell’inferiorità delle altre razze, nei due ebrei la preminenza etica della loro sofferenza è un fardello impossibile da dimenticare e da esorcizzare. Ognuno convinto della bontà delle proprie posizioni, non potranno fare a meno di scontrarsi, ciascuno nell’intimo della propria coscienza, con le contraddizioni (apparenti e reali) delle proprie convinzioni, perché agire significa sempre venire a patti con qualcosa di estraneo alla nostra volontà.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.