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“Nella tormenta”: i rimpianti sono le cicatrici più insanabili

Written by Simone Baldi

Credits: © Bollati Boringhieri

Quanto conta, nella vita di un genitore, dover fare delle scelte? Quali conseguenze hanno le decisioni e gli insegnamenti che impartisce ai propri figli? Che abbia successo o meno rimane sempre una parte di sé attaccata ai fallimenti del proprio percorso, piccoli o grandi che siano. Nemmeno il tempo, con la sua forza normalizzatrice, riesce a stendere una patina abbastanza spessa sugli insuccessi e il dolore a loro collegato, lasciando quindi ai diretti interessati il compito di elaborare dispiaceri e patimenti. Se è vero che il bene rimane, come ricordo e immagine positiva, è altrettanto vero che pure gli eventi luttuosi hanno un posto preminente nelle nostre menti e, senza abbandonarci mai, ci condizionano sempre e comunque. Tutto questo carico di sofferenza individuale, non elaborata e non condivisa, è il vero, tangibile fardello del protagonista de “Nella tormenta” (David Park, Bollati Boringhieri, 2019, 176 pp, 16,50 €).

Tom parte dall’Irlanda del Nord per andare a prendere il figlio Luke a Sunderland, al College dove sta studiando. Purtroppo, a causa di un’intensa nevicata che ha paralizzato aeroporti e ferrovie, il ragazzo non può tornare a casa e l’unica soluzione per stare tutti insieme è appunto che qualcuno vada da lui in macchina. Potrebbero vedersi in un altro momento ma mancano pochi giorni a Natale e il fatto che sia malato mette la madre in agitazione, tanto da spingere il padre a questa rischiosa soluzione, lasciando però lei a casa con Lilly, la loro altra figlia. Non sarà uno scherzo, infatti, attraversare quelle terre coperte dal ghiaccio che rende le strade infide, sferzate da venti gelidi e neve che oscura gran parte della vista. Durante il viaggio, mentre fuori infuria la tempesta, l’uomo comincia a ripensare al proprio passato e a quella cicatrice interiore che ha creato una distanza dolorosa tra lui e la compagna di vita, che entrambi cercano di superare nell’intimo delle loro individualità. Il suo viaggio procede solitario, ovattato dal silenzio che la neve crea all’esterno dell’auto, con l’unica compagnia delle telefonate ansiose della moglie, preoccupata per la salute del figlio, inframezzate dalle facezie della piccola Lilly, e quelle con Luke, per sincerarsi della sua febbre e rassicurarlo sull’entrante emotività di sua madre. Ad un tratto, dal nulla, in macchina appare Daniel, il loro primogenito, di cui non si sapeva niente e che scompare altrettanto misteriosamente com’era arrivato. Da quel momento si apre uno spiraglio su una vicenda dolorosa, su un passato taciuto e mai veramente risolto. Cosa è successo veramente a Daniel? Con un pathos crescente Tom ripercorre i fatti che hanno portato all’allontanamento del suo primogenito da casa, con le sue sofferenze e le debolezze, i tentativi per tenere unita la famiglia e proteggere quel ragazzo così apparentemente fragile e mai capace di imparare dai propri errori. Col passare delle ore, la tormenta crea uno schermo con l’esterno, spingendo l’uomo a chiudersi ancor più dentro se stesso, affrontando i propri demoni e i propri fallimenti, snudando un nervo scoperto che nemmeno il tempo è riuscito a guarire. Costante e onnipresente, come un oscuro mantra interiore, un sogno in cui Tom cammina su un lago ghiacciato, sopra una patina fragile e instabile, in bilico tra la rovina e la salvezza. Tra un’immagine del ricordo e l’altra, le brevi telefonate con la moglie, Lilly e Luke allevieranno temporaneamente i suoi sensi di colpa, riportandolo al presente e diminuendo la pressione per ciò che avrebbe potuto essere e invece non è stato. Ma qual è il confine, per un genitore, tra protezione e intromissione nelle vite dei propri figli? Proprio in prossimità con la fine del suo viaggio arriverà la triste e sofferta verità su Daniel, che riaprirà del tutto le vecchie cicatrici, lasciando un dolore persistente e inconsolabile.

Romanzo intimo e sofferto, in cui il sordo pulsare dei ricordi acquista progressivamente corpo, fino a non poter essere più ignorato. La responsabilità a cui il padre sente di essere legato è un fardello non superato e, così sente l’uomo, insuperabile, non tanto perché ingestibile quanto piuttosto perché non elaborabile fino in fondo. Il senso di colpa è un lato connaturato al suo ruolo di genitore, inscindibile con le scelte operate e gli obblighi imposti: qualsiasi scelta o decisione avesse preso, avrebbe avuto un risvolto negativo. Ma è nell’intimo delle nostre coscienze che si annida la peggiore delle nostre paure: l’inadeguatezza. Perché, come ombra nascosta che si allunga quando ci allontaniamo, il nostro non poter essere sempre presente si palesa in quegli inevitabili risvolti negativi che ognuno, nella propria esistenza, ha. Pensare che tali sbagli e tali problemi siano la diretta conseguenza dell’erroneo operato di un genitore è il motivo della lacerazione interiore di Tom. Il rimorso di (poter) essere stato la causa e non aver trovato una soluzione a questa deriva è la cicatrice insanabile che l’uomo si porta dentro, non lenita nemmeno dagli altri suoi due figli.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.