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“Ottone”: la rabbia come carburante esistenziale

“Ottone”: la rabbia come carburante esistenziale
Written by Simone Baldi

Credits: © Codice Edizioni

Cosa muove le nostre azioni? Quali sono gli impulsi che ci guidano e ci permettono di andare avanti? Ognuno avrà la propria ragione di vita, troverà le proprie risorse in aspetti e motivazioni diversi, usando quel materiale per perseguire uno scopo o, semplicemente, per farsi coraggio nei momenti difficili. Per Elsie e Luljeta, protagoniste di “Ottone” (Xhenet Aliu, Codice Edizioni, 2019, 347 pp, 19 €) è la rabbia.

Elsie è una giovane madre, non ancora quarantenne, di una figlia che ha all’incirca la sua età quando lei l’ha avuta. Sembra un errore di gioventù e, invece, così non è stato. In realtà, guardandosi indietro e ripercorrendo gli eventi che l’hanno portata a rimanere incinta, qualche perplessità sulla genuinità e correttezza di quella scelta, può comprensibilmente venirle. Elsie, diciassettenne di origine lituana, vive con Mamie, sua madre, e Greta, sua sorella, in un piccolo paesino della provincia americana e, per raccimolare quel tanto che le basta per fuggire da casa verso un futuro migliore, fa la cameriera in un ristorante-tavola calda del Connecticut. Lì conosce Bashkim, cuoco albanese immigrato, che le rivolge le uniche attenzioni della sua acerba vita. Lei è una tosta, che crede di non farsi infinocchiare da niente e da nessuno, ma la forza dei sentimenti avrà la meglio su qualsiasi ostentazione di durezza. In breve i due intessono una frequentazione che non si interrompe nemmeno quando lei scopre che lui è sposato e che sua moglie, però, è rimasta in Albania. Quando Elsie scopre di essere incinta, i due vanno a convivere in uno squallido appartamento del cugino di Bashkim, in cui sperimentano gli effetti ancor più manifesti della loro povertà. Tra il sogno illusorio di ricchezza e realizzazione e la rabbia per la consapevolezza di essere l’ultimo e infimo ganglio della società, la coppia dovrà trovare un modo per far fronte alle spese e provare ad assicurare un futuro alla piccola creatura che sta per arrivare.

Luljeta ha diciotto anni, pressappoco la stessa età di sua madre quando l’ha avuta. Non è una ragazza ribelle: va bene a scuola, non ha mai fatto un colpo di testa né risposto male a nessuno. Eppure, dentro di lei, la rabbia per un destino non scelto e, ogni giorno che passa, subito cresce sempre più, fino ad un pestaggio scolastico di cui, senza motivo, si incolpa e per cui viene sospesa. I rapporti già tesi con la madre, fatti di tangibili incomunicabilità e aspettative disattese, si raffreddano in un muto allontanamento rabbioso. Da quel momento, come una farfalla che rompe il suo bozzolo, i suoi gesti cominceranno a rivelare una natura sempre più oppressa, nel tentativo di liberarsi dal controllo materno. Non è facile crescere senza un padre e con una figura materna che ha la pretesa del controllo sia delle tue (re)azioni che dei tuoi pensieri, e l’acredine di cui Luljeta si serve è una contrapposizione ostile alla vita che sua madre ha deciso per lei. L’escalation di rottura con il suo ambiente familiare culmina con la fuga da casa, nel tentativo di andare in Texas, alla ricerca di Bashkim, suo padre, che le ha abbandonate quando lei era appena nata.

Nella rabbia che trasuda da ogni parola, ogni gesto trattenuto e inespresso, ogni sguardo feroce e ogni reazione improvvisa, si impernia il fulcro della narrazione di “Ottone”. Ci sono tante sfumature di violenza e tanti motivi per sentirsi repressi e insoddisfatti, ciascuno ha il proprio e la condivisione non è minimamente concepibile, né tanto meno terapeutica. Eppure, l’unico elemento comune tra Luljeta, sua madre Elsie e suo padre Bashkim, è proprio la rabbia. Come aggressività figlia dell’impotenza, la loro reazione alle avversità della vita, in ultima istanza, è sempre quella detonante e deflagrante dell’esplosione emotiva. E come fare per contrastare questa deriva, per sentirsi meno soli in un universo costellato da un pulviscolo di ferocia? L’unico elemento messo in campo da chi sta loro intorno, per lenire le loro difficoltà (perché la rabbia è sempre una manifestazione esteriore dell’incapacità di verbalizzare un profondo malessere interiore), è la solidarietà: zii e amici li aiutano come possono, dal basso delle loro ristrettezze economiche, offrendosi di dare una mano, un passaggio o dei soldi (pochi). La povertà come collante sociale, una comunità di indigenti che sanno di non poter avere molto di più dell’attuale e di non poter aspirare alla ricchezza del sogno americano. Eppure è proprio questo minimo comun denominatore a far scattare la solidarietà, a intrecciare una rete di aiuti che serve a farli sentire, se non altro, meno soli. Mettendo in condivisione un pezzo di sé, per quanto squallido e fatiscente, si dà prova di non essere, anche se a modo loro, individualisti e menefreghisti. Una riflessione profonda e amara sulla maternità, sull’essere figlie, sulle rinunce, i compromessi e le delusioni che, inevitabilmente, presto o tardi, tutti saremo costretti ad affrontare.

About the author

Simone Baldi

Simone Baldi, nasce a Pistoia nel 1982, appassionato di sport, musica e fotografia. Lettore per passione e libraio per deformazione professionale. Preferisce la letteratura contemporanea: per avere un’idea su dove sta andando il mondo. C'è una citazione di Jules Renard nella quale si sente particolarmente a suo agio: “Ogni volta che penso ai libri che mi rimangono da leggere, ho la certezza di essere ancora felice”.