Storie (Di)Vino

Dora Marchi: cambiamento climatico e viticoltura

Written by Piero Pardini

Credits: Dora Marchi Enologa

Se nella seconda metà dell’Ottocento la viticoltura europea ha dovuto affrontare il problema della fillossera, oggi, e nei prossimi anni, dovrà confrontarsi con un nuovo ostacolo: il cambiamento climatico.
Un problema, che necessita di politiche comuni a livello globale.
Per comprendere come, il settore vitivinicolo nazionale stia analizzando e valutando i primi importanti segnali di mutamento climatico, abbiamo chiesto il parere all’enologa Dora Marchi, che ci illustra la sua esperienza.

© Dora Marchi Enologa

Il cambiamento climatico ha alterato in modo significativo importanti aree del nostro pianeta. Tali cambiamenti, secondo la sua esperienza professionale, si stanno già verificando anche in Italia?
Naturalmente, posso esprimere un’opinione professionale solo in campo viticolo e di conseguenza enologico, lasciando a persone più esperte di me gli altri aspetti.
L’incremento della CO2 atmosferica e dei gas-serra determina un aumento delle temperature che, inevitabilmente, si ripercuote anche sulla maturazione delle uve. In particolare, in presenza di temperature esterne sui 35°C, nelle uve a bacca colorata la temperatura interna agli acini può anche raggiungere i 50°C. Ne consegue, così, una maturazione più veloce che, di fatto, “brucia” alcuni dei passaggi fisiologici, rompendo gli equilibri naturali tra profumi, tannini e la stessa maturazione.
Quest’anno, in alcune zone della Toscana, nell’ambito delle medesime aziende, sono emerse importanti difformità delle caratteristiche delle uve, a parità di varietà e vitigno. Ci sono vigneti in cui la fotosintesi si è bloccata e le uve si sono disidratate e, pertanto, ne è derivata una concentrazione sia degli zuccheri sia dell’acidità. In altri casi, in cui la fotosintesi è comunque andata avanti, le uve sono risultate particolarmente cariche di zuccheri, mentre gli acidi, e di conseguenza l’acidità, sono crollati.
In sintesi, possiamo dire che il cambiamento climatico ha portato, come prima cosa, ad una più rapida maturazione dell’uva costringendo un anticipo di vendemmia. Poi, ha determinato un maggior accumulo di zuccheri nelle uve, che si è tradurrà in maggior alcol nei vini. Ultimo, ma non ultimo, ha comportato acidità mediamente più basse e, quindi, pH elevati, minor quantità di precursori di aromi e maggior quantità di tannini non maturi.

© Dora Marchi Enologa

Vi sono interventi, anche in via preventiva, che è conveniente adottare per iniziare a compensare tali mutamenti del clima?
Certo. Occorre agire a livello enologico ma, soprattutto, a livello viticolo.
L’apparato radicale è importante quanto quello aereo. Buona pratica è scegliere portinnesti che vadano più in profondità e che siano resistenti alla siccità. Poi, occorre modificare la gestione dei vigneti, scegliere sistemi di allevamento che ombreggino maggiormente i grappoli, evitare o moderare la pratica della sfogliatura e ricorrere a sistemi di ombreggiamento come, ad esempio, alcuni tipi di teli traforati/reti, in grado di proteggere dall’irradiazione solare troppo forte.
A livello enologico, infine, occorre investire in ricerca: le tradizionali formule e ricette di vinificazione/affinamento sono oramai superate se non addirittura desuete.

Dora Marchi: Professione enologo

© Dora Marchi

In alcuni paesi del Nord Europa (Danimarca e Svezia), seppur in minime quantità, hanno iniziato a produrre vino. Studi ipotizzano che tra 50 anni il clima di questi Paesi sarà a livello della Francia del Nord. Cosa pensa di tali studi e, a suo parere, potranno diventare le nuove frontiere del vino in Europa?
Non escludo che si possa produrre uva da vino anche in zone notoriamente troppo fredde, dov’è sempre risultato difficile portare le uve alla giusta maturazione. Tuttavia, tali zone, difficilmente, risulteranno alla stregua di quelli del Barolo o del Brunello o di Bordeaux. I grandi vini nascono da grandi territori dove il clima è solo un tassello nel puzzle della qualità.

Dora Marchi: Professione enologo

© Dora Marchi

In quanto alla realtà italiana, è a conoscenza della programmazione o della realizzazione di nuovi impianti ad altezze sul livello del mare sino a “ieri” impensabili? Come ipotizza questo cambiamento e quali saranno le difficoltà di questo “riadattamento” enologico?
Non ho avuto ancora l’occasione di lavorare con queste realtà. In Italia, sono già presenti impianti ad altitudini piuttosto importanti; non dappertutto, però, si riesce a fare grande qualità.
In base alle esperienze fino ad oggi maturate, ritengo che le zone ad importanti altitudini siano maggiormente adatte per produrre vini bianchi e, sicuramente, altrettanto importanti per produrre le basi da spumante.
Come già detto, a fare grandi i territori è il clima, ma non solo.
Il territorio è fondamentale, ma inteso nell’accezione francese di terroir che coniuga terra, territorio, clima e uomo. Le radici dei vigneti contano quanto, se non più, della parte aerea, e le micorrize con i microelementi fanno la differenza.
Credo sia importante lavorare per produrre grandi uve nei territori vocati e, contemporaneamente, studiare nuove realtà, ma ci vorrà tempo per capire cosa potrà dare la vite ad altitudini più elevate. Non dimentichiamoci, poi, che la vite inizia ad esprimere le sue massime potenzialità solo dopo 10/15 anni dall’impianto.

About the author

Piero Pardini

Founder and editor of "The Wolf Post".
Freelance Journalist.
Wine critic and Sommelier.
He has also written about sports and technology for some specialized magazines.
Co-author of the authorized biography "Gianni Clerici - The writer, the poet the journalist", Le Lettere, Firenze.

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